In Italia persi 5.200 ettari di terreno naturale nel 2019

di Redazione

Continua la cementificazione del suolo italiano, che non risparmia le zone a rischio idrogeologico e sismico. In dieci anni persi oltre 2,5 miliardi di euro.

Il Centro Studi Confagricoltura ha pubblicato il suo report annuale sul consumo di suolo in Italia, dal quale risulta un ulteriore arretramento delle superfici naturali a vantaggio del cemento. Sono infatti 5.200 gli ettari di terreno andati persi nel corso del 2019, a conferma di un trend che, seppur rallentato, è costante a partire dal 1956, anno della prima rilevazione.

Con questo ulteriore incremento il suolo nazionale non più naturale ha raggiunto 2,14mln di ettari, pari al 7,1% della superficie nazionale (circa 30,1mln ha). Le regioni che nel tempo hanno perso più suolo sono la Lombardia (288.000 ha), il Veneto (218) e l’Emilia-Romagna (200). Limitando l’analisi invece al 2019 è il Veneto a segnare la maggiore dispersione, con un calo di 785 ettari, seguito da Lombardia (642) e Puglia (626). Complessivamente il Nord-Ovest mostra un consumo storico del 8,7%, precedendo Nord-Est (8,4%), Centro (6,7%) Sud (6,5%) e Isole (4,9%). Il quadro regionale a sua volta muta completamente aspetto se si rapporta il suolo perso al numero di abitanti di ciascuna regione. Sono infatti le ‘piccole’ regioni come Molise (562 ha persi/abitante), Basilicata (560) e Valle d’Aosta (557) le meno attente al loro terreno naturale.

Rimane inoltre problematica, a detta di Confagricoltura, la gestione delle zone più fragili del paese, tanto che i siti di interesse nazionale e le zone a rischio idraulico vedono interessati rispettivamente il 13,6% e il 10% dei terreni così classificati (contro una media nazionale pari al 7,1%). Meglio vanno le aree a rischio frana (+4,5% rispetto al 2019) e rischio sismico (+6,5%).

Valutando l’impatto economico di questo fenomeno Confagricoltura sostiene che “Dal consumo di suolo derivano, in termini di mancata produzione agrosilvicola e di riduzione dei servizi ecosistemici, perdite economiche che Ispra, solo per le variazioni intervenute fra il 2012 e il 2019, stima fra i 2,5 (ipotesi minima) e i 3 miliardi (ipotesi massima) di euro annui. Oltre il 90% dei costi è attribuito ai danni conseguenti al dissesto idrogeologico; dei circa 290 milioni residui (ipotesi media), la perdita di produzione agrosilvicola vale circa il 60%, pari a 170,6 milioni di euro, oltre i connessi effetti sui mutamenti del clima (8,5 milioni di €), l’impollinazione (7,7 milioni di €), la disponibilità di acqua (33 milioni di €).