ONAV, centro di attività permanente

di Daniele Becchi

L’e-learning come risposta ad una pandemia che ha rilanciato il ruolo della sede centrale, per una proposta formativa sempre più ampia, improntata al consueto rigore.

Come ogni crisi che si rispetti, l’ultimo anno trascorso in bilico tra consentito e vietato ha fatto emergere la capacità di resilienza dei tanti soggetti che popolano l’affollato mondo enoico. Tra questi spicca il caso dell’ONAV, storica organizzazione di degustatori di vino che, dopo una vita spesa ad organizzare corsi in presenza, si è trovata costretta a riformulare il proprio ambito operativo, per sopperire ai tanti divieti di assembramento che hanno colpito il cuore della sua attività.

Sotto la guida del direttore Francesco Iacono ha preso forma un universo di attività capaci di coniugare la voglia di partecipazione degli associati con le restrizioni imposte per arginare la pandemia. Applicando una buona dose di fantasia alle potenzialità offerte dal web, è nata così una proposta che, pur non volendosi sostituire all’attività delle delegazioni territoriali, fatta di formazione e partecipazione, ha consentito di mantenere vivo il rapporto con gli iscritti. Rispondendo alle domande di VinoNews24, il direttore Iacono indica l’orizzonte verso cui l’organizzazione punta nel post-Covid e il ruolo più incisivo rispetto al passato della direzione centrale.

Iacono, può sintetizzare in una parola cosa ha significato pandemia per l’ONAV?

Cambiamento, come era logico che fosse. I momenti di crisi sono l’occasione ideale per ripensare sé stessi e dunque crescere. E noi questo lo abbiamo fatto impostando alcune attività che, seppure in gestazione da tempo, non riuscivamo mai a proporre, stretti come eravamo nella routine consolidata. Quando però si è interrotta la consueta attività delle delegazioni locali, come sede centrale abbiamo finalmente dispiegato una proposta collaterale che affiancasse l’attività didattica sui territori. Sfruttando il canale web, pratico, economico e covid-free, e mantenendo l’approccio tecnico che ci contraddistingue, abbiamo realizzato dei format che hanno incontrato un successo superiore alle nostre aspettative.

Credo di poter dire che, con questo sforzo, l’ONAV si sia ridisegnata in prospettiva futura e non contingente. Accanto al lavoro didattico delle singole delegazioni, vedo una sede centrale capace di offrire approfondimenti trasversali, utili a comprendere un mondo complesso quale è quello del vino. Il tutto, mi preme dirlo, senza rinunciare all’estremo rigore che ispira il nostro agire, testimoniato dalle tante collaborazioni con atenei e centri di ricerca che abbiamo attivato negli anni.

Più precisamente in cosa consiste questa ‘proposta collaterale’ nata durante la pandemia e destinata ad articolarsi anche in futuro?

L’elenco delle cose fatte è veramente lungo. Abbiamo iniziato con #lascienzaciracconta, serie di webinar condotti da luminari del calibro di Mario Fregoni, Attilio Scienza, Graziana Grassini, Vincenzo Gerbi e Luigi Moio, tanto per citarne alcuni, che hanno trattato tematiche scientifiche di grande complessità, rendendole però comprensibili ai fruitori. Confesso che, nonostante il timore legato allo spessore dei temi trattati, il corso è stato un successo, come dimostrano le circa 500 persone che, in media, si sono collegate ad ogni appuntamento.

Cito poi #vinodentro, un vero e proprio corso in e-learning, ventuno appuntamenti dedicati a chi vuole approfondire la propria conoscenza enologica grazie a un panel di docenti composto da professori universitari, consulenti enologi e viticoli, esperti e maestri assaggiatori. Sono convinto, e lo dico con molta soddisfazione, che si tratti di una delle esperienze più importanti nella formazione web non professionale, che ci ha consentito peraltro di sperimentare un innovativo sistema di imbottigliamento dei campioni consegnati a casa.

Questo know-how si è rivelato utile anche in un altro format, #vinoeterroir, dove, grazie all’aiuto dei consorzi di tutela, abbiamo proposto appuntamenti dedicati a grandi temi trasversali, come ad esempio il Nebbiolo, il Sangiovese, i vini vulcanici. Argomenti che, per loro natura, superano gli stretti confini di una Denominazione e uniscono fette più o meno importanti del vigneto italiano. Nell’imminente futuro apriremo infine la nostra piattaforma anche ai singoli produttori, permettendo loro di raccontare i propri vini, preventivamente inviati ai nostri associati interessati. Un modo per dare una mano anche alle aziende, che, al pari nostro, hanno sofferto particolarmente questo periodo.

Abbiamo parlato di futuro, dove sembrano trovare sempre più spazio vini e packaging fino a poco tempo fa lontani dalla nostra cultura – in particolare rosé, macerati e canned wine. Qual è il suo giudizio?

Premetto che non sono un eno-ortodosso e che ritengo il mondo del vino un elemento fluido in continuo divenire. Detto questo, nei quaranta anni di frequentazione del mondo del vino, i vini rosati sono stati oggetto di una continua oscillazione nei consumi, sconosciuta, in questa misura, ai bianchi e ai rossi. Credo ciò dipenda dal fatto che non sono mai entrati nel cuore dei consumatori, rimanendo sempre una moda del momento. Per questo sono convinto che la loro crescita complessiva sia destinata ad arrestarsi nei prossimi tre o quattro anni. Diverso invece il discorso sulle versioni sparkling, che credo continueranno il loro periodo felice in virtù della crescita di consensi riscossa nei principali mercati export del vino italiano.

A tal proposito è indubbio che il player fondamentale rimarrà la Francia, dove esiste da lungo tempo una tradizione di vini rosati in gran parte assente in Italia. Questo d’altro lato mi preoccupa, perché vedo concreto il rischio che, per seguire una moda, i produttori italiani trascurino la territorialità, che è invece elemento indispensabile nel lungo periodo. Stiamo infatti assistendo a una vinificazione ‘in rosa’ di tante tipologie, sorte di fuochi fatui nati senza alcun radicamento nelle rispettive tradizioni enologiche.

E sui vini in lattina, che tanto stanno crescendo all’estero, è altrettanto clemente?

Perché no? Ricordo che il vino del quale quotidianamente parliamo, e che regge l’intero sistema di cui tutti noi facciamo parte, è circa il 5% della produzione totale. Su questi vini, di qualità, in Italia esiste una sorta di fuoco di sbarramento, che guarda con diffidenza a tutto ciò che si distacca dalla tradizione, specialmente per quanto riguarda il vino nazionale. Nessuno batte ciglio nel pagare grandi vini francesi o neozelandesi decine di euro disinteressandosi se sono chiusi con un tappo a vite, ma quando a usarlo è un produttore italiano allora viene subito tacciato di essere un giacobino.

Ripeto, il mondo del vino invece è in costante mutamento, e la lattina ne è un esempio. Personalmente non ci vedo dunque nessuno scandalo, anche se non la ritengo adatta a vini dal lungo affinamento, che il sughero contribuisce ad affinare. Peraltro è un packaging che offre interessanti opportunità per certe tipologie di vini, specialmente quelli a bassa gradazione, che potrebbero proporsi in lattine da 0,125 cl, ovvero il classico calice di vino, ed essere aperte e consumate per intero. Questo è un dato da non sottovalutare, alla luce delle attuali dinamiche sociali e delle leggi in materia di consumo di alcool.

E a proposito dei vini macerati che tanti produttori anche italiani stanno riscoprendo?

A mio avviso si tratta di una risposta alla crescente standardizzazione che interessa i vini bianchi. Vinificazione a temperature controllate, uso di lieviti molto simili tra loro, richiesta di bevibilità immediata sono fenomeni che limano le differenze e pongono in secondo piano la territorialità dei vitigni e dei vini. Esiste però una fetta di consumatori, specialmente quelli più giovani, che nel reclamare una propria identità, guarda con favore a vini lontani dalla ‘massa’, rappresentati appunto dai macerati.

Il grande carico organolettico che essi riescono a esprimere, da un certo punto di vista pericoloso in quanto una volta che ti abitui a quelle sensazioni rischi di rifiutare il resto, va inoltre a riscoprire l’organo a mio avviso fondamentale nella degustazione: la bocca. Questa sta fortunatamente tornando ad essere il punto focale nel giudizio di qualità relativo ad un vino. Per troppo tempo abbiamo odorato un vino anziché assaggiarlo. È solo in bocca, invece, che si possono comprendere parti fondamentali del vino, come sapidità, mineralità, senso tattile.

Come ONAV siete attenti anche ai vitigni rari, ai quali avete dedicato un apposito progetto. In cosa consiste?

Questo è un progetto nato in corrispondenza della nostra nuova versione della rivista L’Assaggiatore, datata 2016. In ogni suo numero c’è una scheda dedicata a vitigni sconosciuti ai più, come l’albarola, il famoso, l’invernenga, il vermentino nero, che vorremmo poi raccogliere in un unico volume. Per favorirne la conoscenza, queste schede sono state caricate anche nel nostro sito internet. Ciò che è importante capire è che quando si parla di vitigno raro non lo si fa per valutarne la qualità, bensì per preservarlo dall’oblio. È nostro compito combattere l’erosione genetica, mantenendo così saldo quel senso delle origini su cui ogni percorso in avanti deve poggiare.

Per concludere, quali sono i tre vitigni di cui vorrebbe che i nostri lettori si innamorassero?

In questo caso sono campanilistico e dico Falanghina, Fiano e Greco. È semplicemente straordinario come la natura, in un piccolo lembo di territorio ricompreso tra Benevento e Avellino abbia collocato tre vitigni che, seppur molto diversi tra loro, rappresentano delle vere e proprie perle enologiche e storiche.

L’ONAV – Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino nasce ad Asti nel 1951 con lo scopo di creare un corpo di assaggiatori che unisse doti naturali, specifiche conoscenze tecniche e integrità morale per diventare un punto di riferimento quando fosse richiesto un giudizio completo sulla qualità di un vino.
Sotto la guida del presidente Vito Intini e del direttore Francesco Iacono, forte dei circa 10mila iscritti, oggi l’ONAV è impegnata a diffondere la conoscenza del bere consapevole, la valorizzazione del patrimonio enologico italiano e la formazione continua di appassionati e professionisti competenti.