La “sbarbatella” votata alla schiettezza del Lambrusco di Sorbara

di Giambattista Marchetto

Silvia Zucchi, formatasi a Conegliano, ha preso le redini dell’azienda fondata dal nonno a San Lorenzo, nel cuore della campagna modenese. E recuperando l’esperienza in vigna e in cantina, ha lanciato una filosofia enoica profondamente legata alla sua terra.

Con base a San Lorenzo, nel cuore della campagna modenese, l’azienda vinicola Zucchi rivendica le proprie origini radicate in una forte cultura contadina. La passione di Bruno Zucchi è passata di generazione in generazione fino a Silvia, diplomata alla Scuola di enologia di Conegliano, che dopo esperienze maturate in cantine italiane ed europee da “sbarbatella” ha preso in mano le redini dell’azienda. Con un mantra: “I nostri vini devono raccontare la storia della nostra terra”.

Silvia, ci racconti la tua azienda e la sua filosofia?

La cantina Zucchi nasce negli anni Cinquanta, quando mia nonna Alma e mio nonno Bruno Zucchi iniziarono a piantare i primi vigneti. Successivamente questa passione viene tramandata a mio padre Davide che, insieme a mia mamma Maura, iniziò a trasformare i vigneti e per la prima volta si misero a produrre il Metodo Charmat. Nel 2010 terminati i miei studi a Conegliano, sono entrata in azienda a tempo pieno. La scuola è stata molto importante perché, oltre alle basi fondamentali per il mio lavoro, mi ha permesso di conoscere amici e colleghi unici con cui sono cresciuta e con cui ho iniziato collaborazioni di lavoro. Ho deciso di iniziare a lavorare al fianco di mio papà Davide che, come dico sempre a tutti, è stata la mia grande università e che tutti i giorni ancora oggi mi insegna e fa crescere in ogni cosa. Perché questo lavoro è fatto di grande passione e intuito.

Io fin da piccola sono crescita in cantina. Curiosissima come sono sempre stata, ero presente in ogni fase delle lavorazioni e diciamo che crescere in campagna a contatto con la natura e gli animali è stata una grande fortuna, perché da queste piccole cose si cresce sensibili e la sensibilità nel nostro lavoro è forse una delle caratteristiche più belle.

Quali sono i vini che produci?

Produciamo Lambrusco di Sorbara e Lambrusco Salamino, vini del territorio autoctoni, perché i nostri vini devono raccontare la storia della nostra terra. L’importanza di vecchi sesti d’impianto e la cura in vigneto per noi sono regole che non possiamo dimenticare. La nostra azienda si trova tra i fiumi Secchia e Panaro, con terreni di origine alluvionale prevalentemente sabbiosi e argillosi e ci troviamo esposti a escursioni termiche soprattutto nella fase finale di maturazione.

È proprio qui la bellezza del Lambrusco di Sorbara, una varietà di grande carattere e indomabile che cresce in pianura ma come base spumante viene raccolta tardi tra fine settembre e ottobre, con acidità e sapidità che ci permettono di ottenere delle basi uniche che si mantengono nel tempo. Perché non dobbiamo pensare al Lambrusco di Sorbara come vino da bere giovane e solo fruttato, ma grazie alla vinificazione con Metodo Classico può rimanere in bottiglia e tirare fuori vini di grande carattere.

Con quale filosofia?

La filosofia più importante per me è quella di essere custodi di un territorio parte tutto da lì. Il fatto che questo territorio sia passato di generazione in generazione non fa di noi i padroni. La terra appartiene solo a sé stessa e noi rimaniamo i suoi artigiani. Mi piace tantissimo utilizzare la parola “artigiani” perché realmente nella nostra piccola azienda a conduzione famigliare tutte le lavorazioni vengono fatte da noi: dalla potatura all’imbottigliamento fino alla consegna.

Come avete gestito un anno difficile come il 2020 e quali sono le aspettative per il futuro?

La nostra grande fortuna è quella di avete tanti clienti privati che abbiamo sempre seguito personalmente con le consegne a domicilio. Appena nata, io venivo portata in giro da mia mamma a fare le consegne perché non c’era nessuno con cui potevo rimanere e diciamo che per me è sempre bellissimo riconoscere un volto dietro ai clienti. La bellezza delle consegne a domicilio è questa: entrare nelle loro case, nelle famiglie, e conoscere tutti. Si crea un rapporto unico che adoro.

È stato importante avere diversi canali di vendita. Non ci siamo mai concentrati troppo sull’estero o sulla ristorazione, ma abbiamo sempre cercato di mantenere un giusto equilibrio. È sicuramente stato un anno difficile, ma abbiamo capito quant’è importante fare fiere e andare in giro per il mondo per promuovere il nostro territorio. Credo però sia ancora più bello avere la possibilità di ospitare i nostri clienti e gli importatori nelle nostre aziende e famiglie, perché dopo tutto quello che abbiamo passato ci sarà tanto bisogno di questo contatto umano e di poter far vedere dal vivo dove vengono e da chi vengono prodotti i vini.

Qual è l’innovazione che vorresti apportare nella tua azienda rispetto al passato?

Le innovazioni che ho portato sono state molto semplici, perché ho introdotto nuovamente un metodo di lavorazione che faceva mio nonno – quello della rifermentazione naturale in bottiglia – che per anni era stato abbandonato da mio papà. Questo mi ha permesso di provare nuove tecniche, spingendomi fino alla produzione del metodo classico. Questo è il bello del nostro lavoro: poter sperimentare e non fermarsi mai, scoprendo che gli insegnamenti del passato sono ricordi unici e ci permetteranno di affrontare le sfide del futuro.

Come ci si confronta con storicità e tradizione?

Quando si cresce all’interno di un’azienda di famiglia ci sono piccoli meccanismi che scattano in modo naturale. La tradizione è alla base di quello che potrò compiere nel mio futuro, perché partendo dai vecchi sesti d’impianto che venivano utilizzato in passato ci siamo accorti di quanto sia importante il legame con il passato che forse le nuove tecniche in vigna non sono poi così corrette. Io faccio sempre l’esempio dei nostri vecchi semi-bellussi larghissimi e altissimi, che sono stati quasi dimenticati nel nostro territorio per fa spazio a vigneti sempre più piccoli e fitti, ma non aiutano in annate come le ultime in cui le gelate tardive creano molti problemi in vigna.

C’è un approccio giovane al tuo lavoro? E un approccio peculiarmente femminile?

Sì per tante aspetti, perché credo che l’unione dell’esperienza di mio padre e la mia spinta di innovazione e di idee siano la combinazione perfetta. Tante volte mi viene detto e si capisce benissimo che sono io a produrre i vini, perché si percepiscono il mio carattere e la mia filosofia. Poi forse la precisone femminile (a volte maniacale) mi ha aiutato molto nella scelta e definizione di nuove etichette e linee. Infatti nel 2020 ho lanciato una nuova linea che porta il mio nome che vede come protagoniste 4 etichette di Lambrusco di Sorbara in purezza, pensate per far capire quanto questo vino e le sue sfumature siano ricche e uniche.

Fai parte di una generazione digitale. Qual è il tuo approccio ad internet in termini di comunicazione e commercializzazione?

È molto importante essere presenti sui social e poter far entrare le persone nelle nostre cantine, soprattutto in un momento come questo dove le visite guidate e le degustazioni sono state sospese. Noi abbiamo fatto la scelta di non avere un e-commerce per etica professionale, dato che molti nostri clienti (enoteche e rivenditori) hanno preso questa strada e non ci siamo sentiti di diventare loro concorrenti su queste piattaforme. Credo sia importante nei momenti di difficoltà stare vicini e potersi aiutare per superare insieme i problemi.

Cosa significa essere una giovane donna in un settore dominato dagli uomini?

Io ho avuto la fortuna di fare una scuola superiore dove la percentuale di ragazzi era molto più alta rispetto al numero di ragazze e questo è stato bellissimo, perché mi ha aiutato a crescere e imparare e soprattutto a non aver nessun timore rispetto al mondo che mi avrebbe aspettato finita la scuola. Poi fortunatamente ci sono tantissime ragazze che stanno prendendo in mano le aziende di famiglia e stanno facendo un lavoro eccezionale. Questo è bellissimo, perché anche ad un evento come “Sbarbatelle” confrontarsi con tante giovani donne dà una carica unica.

Ti diverte lavorare nel mondo del vino?

Tantissimo perché ho la fortuna di avere colleghi e amici con cui mi confronto quotidianamente. Questo per me è fonte di stimolo e crescita continua, perché non abbiamo paura di confessare i nostri errori e di poterci migliorare e crescere insieme, giorno per giorno. Poi il bello è che c’è sempre qualcosa di nuovo, che non ti devi mai sentire troppo sicura di te stessa perché la natura è pronta per farti capire chi comanda e che tu semplicemente puoi collaborare e farne parte.

Hai un segreto inconfessato che ci puoi rivelare?

Come le nebbie modenesi, ci sono tantissimi segreti nascosti, ma li posso confessare solo con un calice di Lambrusco di Sorbara e un pezzo di gnocco fritto passeggiando tra i filari del mio vigneto.

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