La sbarbatella “paladina” del Moscato Giallo sui Colli Euganei

di Giambattista Marchetto

Elisa Dilavanzo ha reinventato l’approccio al vitigno storicamente presente nell’area patavina e con tenacia ha costruito un percorso in più declinazioni.

La mia passione per il Fior d’Arancio è nata mentre sorseggiavo questo vino dolce sentendo dire che era il vino delle torte e dei dessert, delle cerimonie e dei banchetti, il vino delle ceste di Natale, il vino che piaceva alle donne, ai bambini e addirittura a chi non capiva nulla di vino… Io non ero per niente d’accordo. Più bevevo Fior d’Arancio e più mi convincevo che questo spumante non aveva nulla a che vedere con l’immagine del moscato dolce nel mondo, cioè di un vino spesso stucchevole, di scarsa qualità e basso prezzo”. Elisa Dilavanzo – anima della boutique winery Maeli sui Colli Euganei e “sbarbatella” della prima ora – ha dedicato la massima attenzione a un vitigno autoctono che esprime un grande potenziale, grazie anche ai terreni di origini vulcaniche, ricchi di trachite, calcare e argilla che nei vigneti si mescolano a strati di marna e di limo.

Lo studio e la valorizzazione del moscato giallo rappresentano la missione di Maeli – sostenuta sin dall’inizio dai fratelli Bisol – con Elisa impegnata a cercare finezza, eleganza e longevità. Infatti i suoi vini escono almeno dopo due anni dalla vendemmia, per esprimere attraverso l’affinamento complessità aromatica, struttura e carattere. Ma è la versatilità, a seconda delle tipologie di vino in cui viene vinificata, l’aspetto più affascinante di quest’uva. Tra un assaggio e l’altro, la boutique winery propone esperienze di enoturismo sui Colli Euganei, operando anche nel segmento hospitality (e aderendo al Movimento Turismo del Vino).

Maeli nasce dalle idee e dall’entusiasmo di Elisa Dilavanzo e nel suo racconto emerge tutta la passione per le molteplici sfumature di un vitigno sottovalutato e oggi capace di nuova giovinezza, sbarazzino come una “sbarbatella” senza esser banale.

Elisa, ci racconti la nascita della tua azienda e la realtà di Maeli oggi?

Quando sono arrivata nei Colli Euganei nel 2010, i vigneti di Maeli già esistevano. In quel periodo lavoravo come “direttrice” dell’azienda, che però non era ancora mia. L’anno in cui sono subentrata alla precedente proprietà- era il nel 2014 – partì anche il progetto di valorizzazione del Moscato Giallo. È nato da una mia idea e dunque Maeli come è oggi è nata con me.

Quali sono i vini che produci? Con quale filosofia?

Coltiviamo vitigni del territorio, del presente e del passato. La contemporaneità è data dal Moscato Giallo, che vinifichiamo in cinque versioni diverse: dallo spumante dolce al metodo classico brut nature, dal frizzante ancestrale imbottigliato con i propri lieviti e rifermentato in bottiglia, al fermo secco fino al passito. Il legame con le uve del passato invece è ben rappresentato dal nostro rosé Dilante, un rifermentato da vecchie varietà autoctone come Corbina Nera, Marzemina Bianca, Pataresca, Vernazzola e Malvasia Istriana, imbottigliato con i propri lieviti e rifermentato in bottiglia.

Infine Merlot, Cabernet Sauvignon e Carmenere danno origine ai tagli bordolesi, che hanno reso celebri i Colli Euganei come uno tra i territori più vocati in Italia per questa tipologia di vini, grazie ai terreni di origine vulcanica e alla varietà di microclimi da un versante all’altro di queste colline che determina un’incredibile biodiversità di flora, vegetazione e fauna. Questo patrimonio naturale è tutelato dal Parco regionale dei Colli Euganei, all’interno del quale si trovano i nostri vigneti. I nostri sono dunque innanzitutto vini da parco, che nascono da suoli di origine vulcanica e da pratiche agronomiche molto rispettose della natura. La viticoltura biologica, l’approccio agro-ecologico in vigneto, sono il risultato della sinergia tra il nostro agronomo, un’entemologa e un botanico per la tutela della biodiversità e della vitalità dei suoli. In cantina cerchiamo di favorire le fermentazioni spontanee, con i lieviti delle nostre uve e di contenere il più possibile l’uso di solfiti.

Come avete gestito un anno difficile come il 2020 e quali sono le aspettative per il 2021 e nel medio termine?

Non ci siamo mai persi d’animo. A marzo 2020 in piena pandemia abbiamo piantato un vigneto nuovo, abbiamo acquisito altri vigneti, abbiamo avviato il progetto di costruzione di una nuova cantina, abbiamo creato il nostro e-commerce all’interno del nostro sito www.maeliwine.com e siamo la prima cantina in Italia ad aver lanciato le degustazioni online. Da giugno a novembre 2020 abbiamo organizzato in sicurezza 35 eventi in cantina. Quest’anno proprio la cantina insieme ai nostri vigneti saranno il contesto naturale di esperienze multisensoriali, dove il vino ovviamente è protagonista. Perché la degustazione deve essere coinvolgente non solo per i winelovers o per un pubblico esperto, ma anche per chi non conosce a fondo il vino. Perciò quest’anno abbiamo inaugurato #maelistappalarte: si tratta di una rassegna di degustazioni che si svolgono ogni sabato e domenica, nata anche per sostenere il mondo artistico, particolarmente provato dalla pandemia, dove il vino viene interpretato con il contributo di suggestioni artistiche, che vengono dalla recitazione, dalla musica, dalla danza, dalla scrittura e dall’arte.

Qual è l’innovazione che vorresti apportare nella tua azienda rispetto al passato?

Siamo sempre attenti alle nuove tecnologie in materia di vinificazione, ma devo dire che prevale la scelta di tecniche più tradizionali ed artigianali, come le macerazioni sulle bucce, le fermentazioni spontanee, la scelta di non filtrare i vini, per una sorta di ritorno alle origini, alla natura. Dal punto di vista dell’accoglienza, proprio il progetto #maelistappalarte si rivela a mio avviso più che mai attuale perché fa si che la cantina diventi una sorta di contenitore di eventi dove il vino è naturalmente protagonista. Dalle visite in vigneto alle degustazioni, alle matinée della domenica, l’intento è proprio quello di far vivere la cantina tutto il periodo dell’anno, differenziando la proposta degli eventi in base alla stagionalità e in relazione alle fasi che caratterizzano il ciclo di produzione del vino, dalla vigna alla cantina fino alla bottiglia.

C’è un approccio giovane al tuo lavoro? E un approccio peculiarmente femminile?

Il team di Maeli è piuttosto giovane, non solo in termini di età, ma anche per l’entusiasmo e per l’energia che mettiamo in ciò che facciamo. Siamo in cinque donne, più o meno giovani (e alcune di loro partecipano alle attività dell’associazione Sbarbatelle, ndr). C’è un buon equilibrio. Credo molto nelle donne, perciò ho investito sulle mie collaboratrici fin dall’inizio.

Fai parte di una generazione digitale. Qual è il tuo approccio ad internet in termini di comunicazione e commercializzazione?

La comunicazione digital è fondamentale. Non solo per raccontare come lavori in vigneto o in cantina, ma per far sapere al mondo che esisti e dove trovare i tuoi vini. Il sito web e i canali social sono strumenti immediati ed efficaci, inoltre grazie alla tecnologia oggi possiamo parlare con chi è dall’altra parte del mondo. Recentemente ho avuto la possibilità di partecipare ad un incontro su Clubhouse dove si parlava di vini vulcanici, cui partecipavano anche altri produttori italiani, giornalisti e sommelier americani. Non tutti conoscevano i Colli Euganei, e poiché i nostri vini sono importati in USA, ho creato il contatto tra questi sommelier e i distributori degli stati dove si trovavano, e tutto in modo molto veloce e semplice.

È fondamentale dunque rimanere connessi con i propri importatori, con amici e clienti in Italia e nel mondo, con giornalisti, blogger ed influencer del mondo del vino, così come partecipare agli eventi online più interessanti, come webinar e dirette sui social.

Cosa significa essere una giovane donna in un settore dominato dagli uomini?

Significa dimostrare il proprio talento e i propri valori con i fatti. Ricordo quando cercavo di spiegare la mia idea sul Moscato Giallo e di far partire il mio progetto con grandi sforzi, contando solo sulle mie forze, dandomi un gran da fare. Il fatto di non essere nata produttrice, di essere “solo” una sommelier, agli occhi di qualcuno non mi rendeva abbastanza credibile. Quando più tardi sono riuscita a concretizzare la mission di Maeli, vinificando il Moscato Giallo in cinque versioni differenti, quando attraverso i nostri vini sono riuscita a dimostrare la potenzialità di quest’uva meravigliosa, quando sono arrivati premi e riconoscimenti nell’ambito di concorsi internazionali e quando si sono finalmente aperti anche i mercati esteri, allora qualcuno che prima non mi prendeva sul serio si è ricreduto…

Ti diverte lavorare nel mondo del vino?

Sì, e molto anche. Credo di fare il lavoro più bello del mondo. Me ne sono resa conto nella gioia delle soddisfazioni e anche nel dolore di una perdita, quando ad esempio la grandine ha devastato molta parte della nostra produzione tre anni fa. Nella sofferenza ho capito quanto tenevo a ciò che stavo facendo, quanto la natura sia straordinariamente potente rispetto all’uomo, quanto siamo sempre in gioco, con il rischio che tutto il lavoro di mesi, a volte di anni, vada perso in una manciata di minuti. Ma quando l’uva diventa vino, quando quel vino poi viene versato in un calice, quando quel calice viene condiviso tra amici, quando una tua bottiglia viene stappata in un bel ristorante vicino a casa o in qualche altro posto in Italia o nel mondo, allora ripenso a tutto questo percorso, e ne comprendo il senso.

Hai un segreto inconfessato che ci puoi rivelare?

Ricorderò sempre com’è nato il nostro rosé ancestrale Dilante vendemmia 2018, da vecchie varietà autoctone. Avevamo imbottigliato il vino con i propri lieviti con la luna calante di fine febbraio 2019. Attendevamo con trepidazione l’arrivo della primavera perché potesse ripartire la rifermentazione in bottiglia, ma poiché faceva sempre freddo il vino non rifermentava. Siccome dovevamo presentare il vino in anteprima alla stampa in occasione di Vinitaly 2019, ho deciso di portare 200 bottiglie dalla cantina all’interno di casa Maeli, per risvegliare l’attività dei lieviti con il calore della casa. Abbiamo quindi allestito in casa una sorta di nursery, dove queste bottiglie venivano controllate, anzi, accudite da tutte noi costantemente. Dopo pochi giorni la fermentazione era finalmente ricominciata! Abbiamo avuto la sensazione di prenderci cura delle bottiglie come fossero davvero neonate. Come dicevo siamo cinque donne, l’atteggiamento materno a volte è inevitabile, persino con il vino.

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