Ismea: il vino italiano tiene grazie a Gdo e multicanalità

di Carlo Spagnolo

Nel corso di Primanteprima l’Istituto ha presentato un’accurata analisi sul mercato enoico nazionale, che rivela la solidità del comparto in occasione della grande crisi sanitaria ed economica.

Primanteprima è stata anche l’occasione di riepilogare i principali dati economici del mercato del vino italiano, approfittando della puntuale analisi offerta da Ismea. Stando alle informazioni elaborate dall’Istituto, nel 2020, il mercato globale ha risentito del blocco quasi totale dell’Horeca, del turismo e del generalizzato indebolimento delle economie nazionali che hanno di fatto ridotto gli scambi a seguito della diffusione del Covid-19.

Per quanto concerne il sistema italiano, esso, al netto delle difficoltà congiunturali imposte dalla pandemia, ha guadagnato due importanti primati: produttivo e delle esportazioni in volume. Nel primo caso i 49 milioni di ettolitri che risultano dalle dichiarazioni di produzione, confermano una leadership mondiale ormai consolidata da anni, mentre sul fronte dell’export, l’Italia ha in qualche modo minimizzato le perdite riuscendo, con i 20,8 milioni di ettolitri (-2,4%), a ristabilirsi al primo posto nella graduatoria mondiale. Ciò corrisponde a un risultato a valore attestato sui 6,3 miliardi di euro, che equivale alla prima performance negativa (-2,3%) dopo anni di crescita. Anche a tal proposito si può individuare un aspetto positivo, grazie a un dato migliore rispetto a quello di Francia e Spagna, che, a causa dei dazi statunitensi, hanno chiuso l’anno rispettivamente a -10,8% (a 8,7 miliardi di euro) e a -3,2%. La flessione degli scambi, precisa tuttavia Ismea, non può essere immediatamente tradotta in una riduzione dei consumi complessivi, in quanto va tenuta in debita considerazione anche la dinamica delle scorte preesistenti. Di fatto, alcuni Paesi produttori quali l’Italia hanno visto crescere la domanda interna, così come gli USA.

Per l’Italia, la domanda interna del 2020 è stata trainata dai consumi entro le mura domestiche, mentre l’Horeca ha subito un vero e proprio tracollo. A livello di volumi consumati si stima un incremento di circa il 7% che, però, si è tradotto in una riduzione della spesa complessiva: il lockdown prima e le limitazioni poi hanno tenuto i consumatori lontani dai ristoranti e questo ha cambiato il paniere degli acquisti; i vini più penalizzati sono stati quelli di fascia alta, mentre hanno tenuto molto bene gli altri che hanno beneficiato di una maggiore domanda presso la GDO, ma non solo. L’emergenza sanitaria, infatti, ha impresso anche una forte accelerazione nella digitalizzazione del settore vinicolo, tramite un più diffuso ricorso all’e-commerce e a nuove modalità di vendita e interazione con il cliente finale che hanno riguardato anche l’innovazione di forme di vendita che si possono definire tradizionali, come la vendita diretta.

Mai come nel 2020 si è mostrata la vulnerabilità delle aziende monocanale: chi aveva come cliente solo l’Horeca si è trovato in forte difficoltà, non sono per la flessione della domanda, ma anche per i ritardi nei pagamenti della merce già venduta, con conseguenti problemi di liquidità soprattutto per le imprese meno strutturate. Difficile, quindi, stimare l’impatto di una realtà così composita sul fatturato finale del settore che sconta anche la drastica riduzione dei flussi legati all’enoturismo.

Il vino italiano nel suo complesso, tenendo anche conto del resto dell’economia e dell’agroalimentare in particolare, ha comunque evidenziato una certa capacità di reazione. E questo si evince anche dal generalizzato livello dei listini alla produzione che, nel 2020, secondo l’indice Ismea dei prezzi, segna una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente, risultato però di tendenze molto diverse tra i segmenti che compongono il settore. Da una parte si evidenzia la crescita dei vini da tavola (+10%) e dall’altra la flessione delle DOP (-5%). I vini bianchi, inoltre, hanno avuto performance migliori anche tra le Dop dove, in un contesto di generale flessione delle quotazioni, hanno contenuto i ribassi nell’ordine del -4%, rispetto al -6% del segmento dei rossi.

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