La “sbarbatella” ambasciatrice del Vulture

di Giambattista Marchetto

Carolin Martino è la terza generazione dell’azienda di famiglia con base a Rionero in Vulture e oggi, proseguendo la spinta del padre sull’imbottigliato, concentra l’attenzione su territorio e qualità.

È nel pieno del passaggio generazionale Carolin Martino, “sbarbatella” del Vulture, che oggi ha un ruolo gestionale nell’azienda di famiglia – la Casa vinicola Armando Martino, che porta il nome del padre – ma sta lavorando anche sui progetti enologici. L’azienda nasce negli anni ‘40 a Rionero in Vulture, come naturale evoluzione spinta da Armando dell’attività precedentemente avviata dal nonno verso la fine dell’Ottocento e proseguita dal padre Donato.

L’azienda lavora uve provenienti esclusivamente dalle colline dell’area del Vulture e del Materano, di cui circa un terzo coltivate in vigneti di proprietà e la restante parte acquistate da viticoltori legati da decennali rapporti di fornitura. Tra le tipologie lavorate, naturalmente la fa da padrona l’Aglianico del Vulture (circa 200 tonnellate ogni anno), prodotto di punta dell’azienda, vinificato in rosso, rosato e bianco. Per quanto riguarda le uve bianche, se ne lavorano annualmente circa 100 tonnellate rappresentate da Greco, Malvasia, Moscato, Chardonnay.

Oggi l’azienda sta muovendo vero nuove direzioni e Carolin ne sta diventando l’interprete e il volto nuovo.

Carolin, ci racconti la tua azienda e la filosofia del tuo lavoro?

Rappresento la terza generazione della Martino vini. Tutto iniziò con mio nonno Donato, ai primi del 900, col commercio di uve, mosti e vino, per lo più sfuso e all’ingrosso. Mio padre ha indirizzato l’attività sull’imbottigliamento e sulla commercializzazione di vino confezionato. Io sono cresciuta in questo mondo, tra botti e vasi vinari in fermentazione. Dopo la maturità decisi intraprendere gli studi universitari a Roma laureandomi in Economia e Gestione delle Imprese perché ho sempre considerato essenziale la competenza in materia economica delle aziende; nello stesso periodo ho frequentato il corso da sommelier dell’AIS, conseguendone il diploma di terzo livello, per ampliare, approfondire e perfezionare le mie conoscenze del mondo del vino, sul panorama nazionale e internazionale. Durante gli studi universitari mi sono occupata della parte relativa alle fiere ed eventi dell’azienda di famiglia, organizzandone la partecipazione alle varie iniziative nazionali e internazionali. Terminati gli studi decisi quindi di rientrare nella mia terra per entrare a tempo pieno nella gestione dell’azienda di famiglia.

Ad oggi sono 14 anni che lavoro full-time in azienda e la voglia di dare la mia impronta è sempre più forte. Amo questo lavoro e questo mondo, amo il mio territorio ricco di potenzialità e voglio continuare questo percorso. Il cambio generazionale rappresenta però uno scoglio arduo per molte aziende italiane e anche per la mia; io mi trovo nel vivo di questo faticosissimo e delicatissimo percorso.

Il mio ruolo al momento in azienda è essenzialmente direzionale-gestionale, anche se da quando vi ho messo piede fino ad ora mi sono occupata di svolgere tutte le mansioni a 360 gradi. Sono fermamente convinta che per dirigere un’azienda sia importante entrare nel vivo dell’attività occupandosi di tutte le mansioni, solo così è possibile gestire al meglio il personale, comprendendo le problematiche ed affrontandole in modo efficace.

Quali sono i vini che produci? Con quale filosofia?

La gamma di produzione dell’azienda è molto ampia. Il vino di punta resta l’Aglianico del Vulture, ma produciamo anche vari vini bianchi (Greco di Basilicata, Chardonnay, Malvasia) oltre agli spumanti e distillati. La filosofia e la mission dalle origini dell’azienda è sempre stata quella di produrre e offrire vino con un buon rapporto qualità-prezzo, accessibile quindi a tutti i consumatori. Io mi sono dedicata alla produzione di eccellenza, in concomitanza con l’uscita della Docg. La strada che ho intrapreso è quella della continua ricerca e sperimentazione votata all’eccellenza, abbiamo un vitigno che lo “pretende”.

Come avete gestito un anno difficile come il 2020 e quali sono le aspettative per il 2021 e nel medio termine?

Il 2020 è stato un anno che ha messo a dura prova tutti, o quasi. La gestione è stata complessa, abbiamo cercato di rivedere e adeguare molte strategie commerciali dell’azienda e stiamo continuando in questa direzione. Riguardo le aspettative è difficile fare previsioni, ma continueremo con i nostri progetti e a breve vi sveleremo un po’ di novità.

Qual è l’innovazione che vorresti apportare nella tua azienda rispetto al passato?

Ho in mente una marea di progetti basati non solo sull’innovazione ma anche sul rafforzamento della tradizione. Se l’azienda oggi esiste è anche grazie agli sforzi del passato, così come se un’azienda vuole progredire non può non andare verso il futuro e avere il coraggio e la lungimiranza per sganciarsi da vecchie logiche e visioni aziendali inadeguate ai tempi che corrono. Mi piacerebbe continuare a puntare sul nostro territorio e sulla valorizzazione di esso. L’eno-turismo è un aspetto, per l’azienda, importantissimo e vorrei puntare molto su questo, oltre che sulla comunicazione e promozione del nostro vino, su scala sempre più ampia. Ad oggi le aziende sul territorio sono tante rispetto anche solo a 20 anni fa. Questo se da un lato aumenta la concorrenza, dall’altro aumenta la qualità dei prodotti e servizi offerti e una comunicazione di massa sicuramente più incisiva.

C’è un approccio giovane al tuo lavoro? E un approccio peculiarmente femminile?

Più che approccio giovane e femminile, penso che ogni azienda sia lo specchio delle personalità di chi ci lavora. Io sono una persona estremamente precisa, pignola, organizzata, attenta a dettagli e sfumature e questo sicuramente si riflette tutto in ciò che faccio. La presenza di donne all’interno delle aziende si nota, ritengo, per l’attenzione e la cura dei dettagli, anche estetici.

Fai parte di una generazione digitale. Qual è il tuo approccio ad internet in termini di comunicazione e commercializzazione?

Non sono una nativa digitale come le ultime generazioni, ma ritengo che sia e che rappresenterà sempre di più il futuro. Se non si va in quella direzione, anche dal punto di vista della commercializzazione, si rischia di uscire dal mercato, scomparire.

Anche l’anno trascorso ci ha fatto capire l’importanza di internet. La comodità di poter gestire gli ordini da casa è sicuramente un grande vantaggio. Ovviamente tutto questo deve coesistere su una strada parallela. L’importanza della socialità, della presenza di shop e contatti fisici non deve venir meno. Anche per quanto concerne la comunicazione va fatta una riflessione importante, quante saranno le persone che in futuro si fermeranno a leggere la cartellonistica stradale e quante le persone a cui non sfuggirà un annuncio sui social o on line? Dobbiamo ormai rivolgerci alla generazione dei nativi digitali, delle persone che non riescono a vivere senza smartphone. Di conseguenza, la strada sarà sempre di più quella di puntare verso la comunicazione e promozione on line e questo è quello che vorrò perseguire.

Cosa significa essere una giovane donna in un settore dominato dagli uomini?

Il settore del vino è sicuramente ancora molto maschile, come tutti gli altri, del resto, ma le donne sono ormai tantissime. Basti considerare che, solo nella mia regione, le donne che dirigono o gestiscono le aziende vitivinicole sono tante, sono organizzate e si fanno sentire. Già rispetto a una decina di anni fa la differenza si vede e si vedrà sempre di più.

Ti diverte lavorare nel mondo del vino?

È un lavoro bello e stimolante, pieno di sorprese, molto dinamico e imprevedibile. Se non fossi nel pieno del cambio generazionale, mi divertirei molto di più. Il vino è sicuramente allegria e condivisione.

Hai un segreto inconfessato che ci puoi rivelare?

Non mi viene in mente nulla di inconfessabile, ma di segreti ne ho molti.

 

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