La “sbarbatella” batterista tra le vigne del dolcetto

di Giambattista Marchetto

Elena Gillardi è il volto nuovo di una cantina che affonda le radici nell’Ottocento, fiera della tradizione in Langa.

Giovanni Battista Gillardi emigrò dal Piemonte in Provenza verso la fine del 1890, dedicandosi al commercio di vini, ma l’attaccamento alla terra di origine lo riportò nelle Langhe, dove iniziò a produrre uva dolcetto. È del 1923 l’acquisto della Cascina Corsaletto, dove il figlio Giacomo continuò l’opera di studio e produzione di uve, ma solo nel 1980 Giovanni Battista, figlio di Giacomo, con il giovane Giacolino (enologo diplomato) iniziò la produzione in bottiglia. Oggi questa storia di generazioni ha il volto femminile della “sbarbatella” Elena Gillardi, vignaiola autentica e brand manager che incarna la filosofia della cantina Gillardi “Viviamo il presente con il passato nel cuore ed il futuro negli occhi”.

Elena ci racconti la tua azienda e la sua filosofia?

Tutto è iniziato da quando il nonno di mio nonno ritornò in Langa dalla Provenza. Tornato alle origini acquistò la Cascina Corsaletto, sita sull’omonima collina, circondata da viti di solo dolcetto e da lì più non si spostò. Ed ecco che oggi, dopo bisnonno Giacomo e nonno Giovanni Battista, affianco papà Giacolino (enologo controcorrente dal 1979) nella conduzione della cantina di famiglia.

Sono sempre vissuta in questo ambiente che mi ha fortemente influenzata nel carattere e nel modo di essere. Pur avendo alle spalle studi classici e una laurea in Giurisprudenza, ho sempre sentito dentro di me la voglia di portare avanti questo disegno familiare. La mia vena pratica e il mio piglio schietto poco si addicevano ad uno studio professionale, calzavano invece perfettamente con il lavoro in cantina.

I primi anni mi sono destreggiata soprattutto in campagna, per poi, poco alla volta, aprirmi sempre di più un varco in ufficio, la cabina di regia da cui gestire l’organigramma complesso di una cantina. Solo avendo tutti i passaggi bene chiari in testa si riesce a padroneggiare un mestiere nella sua interezza. In sostanza in una cantina piccolina come la nostra è d’obbligo imparare a fare un po’ di tutto.

Quali sono i vini che produci? Con quale filosofia?

Per far comprendere al meglio la nostra produzione da sempre amo raggruppare i vini in due categorie distinte. La Tradizione abbraccia quei vini che più rispecchiano l’identità e le origini della mia famiglia: il capofila è senza dubbio il Dolcetto (dal 2011 Dogliani Docg), l’autoctono per eccellenza, primo e per anni solo vitigno lavorato dai nonni; seguono Langhe Nebbiolo e Barolo, il Nebbiolo più nobile e maestoso, quello che più tra gli altri ha saputo ritagliarsi da solo un ruolo di prestigio nell’area delle Langhe, ma che per noi viene dopo al Dolcetto, in termini affettivi e cronologici (la prima nostra annata risale al 2011).

La seconda categoria, Le Avanguardie, è rappresentata da tutti quei vini tratti da uve internazionali, di stampo più “esotico”, un po’ “fuori luogo” sul nostro bricco, almeno ai tempi del loro impianto (1989), ma che hanno dimostrato grandissime doti di adattamento nella nostra Langa del Sud e straordinarie capacità evolutive. Sto parlando di Syrah (l’Harys), Merlot (Il Merlo) e Grenache (Grané), prodotti ciascuno in purezza o assemblati nel Fiore di Harys, unico blend aziendale.

Come avete gestito un anno difficile come il 2020 e quali sono le aspettative per il 2021 e nel medio termine?

Il 2020 ci ha messi a dura prova, in termini di difficoltà nel reperire domanda ma soprattutto in termini psicologici. È parso a tutti noi di vivere come in un sogno, costretti ad una limitazione fortissima della libertà. Qui in campagna però siamo stati privilegiati e il contatto con la natura, che non si è mai fermata e come ogni anno ha continuato a fare il suo corso, ci ha dato la forza di continuare, ha dato una scossa alla nostra ambizione spingendoci a fare bene. Non abbiamo mai avuto vigne così ordinate e perfette nelle loro geometrie come nella primavera/estate 2020. Abbiamo dedicato loro più tempo del solito, e ci siamo tutti un po’ riscoperti contadini.

Senz’altro questo enorme dramma collettivo ci ha aperto gli occhi e in questo 2021, comunque non ancora libero dal Covid, ci auguriamo di continuare a dare il massimo in termini di attenzione e cura dei vigneti, che comunque sono condotti ormai da anni in regime biologico.

Qual è l’innovazione che vorresti apportare nella tua azienda rispetto al passato? Come ci si confronta con storicità e tradizione?

Innovazione? Questa parola non mi si addice molto e non la amo particolarmente. Io sono vecchia dentro, tradizionale in tutto, forse troppo, lo riconosco. Perciò le innovazioni non sono mai state il mio forte (quando l’usura del cellulare mi costringe a cambiarlo vado in panico: è un momento di pura angoscia e terrore).

In ogni caso riconosco che il progresso e la tecnica sono fondamentali anche nel nostro settore e che se usati con senno portano a snellire di molto i processi produttivi ottimizzando il lavoro ed il risultato finale. Sono così affascinata e legata al passato forse perché non ho potuto viverlo: racconto del mio bisnonno che piantò la vigna del Cursalet, ne vado fiera ma al contempo mi dispiaccio del non averlo vissuto. Saranno stati i racconti di Pavese e Fenoglio, le vigne scalpitanti, la campagna viva nel cuore dei loro romanzi, ad avermi resa una nostalgica del tempo che fu in Langa. L’innovazione che mi piacerebbe trasmettere attraverso i nostri vini è appunto questa: mai perdere di vista il passato e gli insegnamenti di coloro che ci hanno preceduto, il loro modo di pensare ed agire: certamente più semplice (e a tratti ingenuo) ma talvolta più incisivo e concreto. Oggi si parla troppo e spesso poi si perde di vista l’obiettivo… Insomma, un’innovazione che si sa guardare indietro e sa cogliere il meglio dal passato!

C’è un approccio giovane al tuo lavoro? E un approccio peculiarmente femminile?

L’approccio giovane al mio lavoro porta con sé anche quel pizzico di imperfezione e inesperienza cui ammetto però di essere affezionata, perché poi è grazie ad esso che miglioro e al termine di ogni sfida divento più forte e completa. L’essere giovane mi porta sovente ad essere impaziente e frettolosa, ma con gli anni ho imparato che il mestiere del vino è un lungo processo in cui bisogna dare tempo al tempo per raccogliere buoni frutti: è così in vigna, in cantina ed anche nei rapporti commerciali.

Ogni competenza che si va ad aggiungere, giorno dopo giorno, vendemmia dopo vendemmia, è un tassello in più che mi inorgoglisce e mi spinge a fare bene. È estremamente bello lavorare nel mondo del vino ed ancora di più farlo da donna.

Fai parte di una generazione digitale. Quale è il tuo approccio ad internet in termini di comunicazione e commercializzazione?

Come già confessato non amo particolarmente la tecnologia, ma le spinte tech che anche il nostro settore ha subìto mi hanno portata dapprima ad un approccio costrittivo del mondo web e social che poi, devo ammettere, è virato in un approccio entusiasmante e anche molto utile. Ho da poco ultimato il rinnovo del sito internet e da tempo gestisco le pagine Facebook e Instagram della cantina con passione ed entusiasmo, cercando di arricchire queste vetrine di contenuti interessanti, piacevoli ed anche divertenti. Ammetto che tutti questi canali siano utili e costituiscano un di più, un arricchimento comodo, pratico e veloce per il cliente che si affaccia ad una qualunque realtà, sia essa vitivinicola o meno.

Cosa significa essere una giovane donna in un settore dominato dagli uomini?

È indubbio che questo mestiere da generazioni sia stato padroneggiato da soli uomini. Non c’è da stupirsi, visto che in passato, quando ancora tanto scetticismo avvolgeva la figura femminile, era richiesta anche tanta più forza fisica in campagna, oggi in parte assolta da macchinari un tempo sconosciuti (non sono poi passati tanti decenni da quando al posto del trattore in vigna c’erano buoi e cavallo).

Nella nostra famiglia però c’è da subito stato il giro di boa con l’avvento di mia nonna Pinuccia Ferrero (oggi fortunatamente ancora in formissima: pellaccia dura le donne di Langa!), che ogni tanto non manca di rimarcare: “Senza i Ferrero il vino Gillardi non esisterebbe! Quando ho conosciuto tuo nonno, lui dopo pranzo era solito fare la pennica. Da quando sono arrivata io, dritto a lavorare! I Gillardi devono tutto ai Ferrero!”).

Io che da sempre mi definisco un maschiaccio, sono estremamente a mio agio in questo ambiente, e raggiungo l’apice della soddisfazione quando eseguo lavoro manuali, in sella al muletto, consegne col Ducato, forbici alla mano, legatura viti… Ah questo sì che mi piace, la testa può finalmente staccare e giù di fatica fisica!

Dall’altro lato credo di sapermi trasformare in una perfetta oste (malgrado l’assenza di camere e ristorante) al momento delle visite in cantina: l’accoglienza e l’ospitalità sono doti che mi competono in quanto far star bene il visitatore e portarlo a conoscere da vicino il nostro modo mi gratifica un sacco. Ecco, forse l’aspetto peculiarmente femminile di questo lavoro è il fatto di spaziare, di essere multitasking (ho detto di non essere tecnologica e poi uso questi termini…!): noi donne, e mamme, non possiamo esimerci dal saper far tutto!

Ti diverte lavorare nel mondo del vino?

Mi diverte e mi onora. È bello portare avanti una tradizione, una storia iniziata tanti anni fa con fatica ed amore per la terra, che ancora oggi, seppur trasformata, è storia viva. È ancora più bello, anche se alle volte complicato, lavorare in questo mondo insieme al proprio papà, che oltre ai tanti insegnamenti, talvolta dispensa anche qualche drastico rimprovero, talvolta invece qualche bel sorriso che ripaga e ci fa lavorare tutti in un clima più disteso.

Hai un segreto inconfessato che ci puoi rivelare?

Da ex batterista adoro la musica e il mio idolo è da sempre Luciano Ligabue. Anziché “Lambrusco a Pop Corn” proporrei al Liga “Dolcetto e Salame”: sarebbe un sogno averlo qui in cantina!

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