Il Rinascimento di Argiano, tra rivoluzione green e ritorno alla verticalità del vino

di Elena Morganti

Degustazione approfondita di Brunello dalle ultime annate fino agli anni ’70 per ripercorrere l’evoluzione di uno dei produttori storici di Montalcino.

Una produzione di vino ininterrotta e documentata a Montalcino fin dal 1500, che attraversa la storia più recente portando con sé tutti gli stili e le influenze che hanno caratterizzato il mondo del vino, dalla nascita delle prime denominazioni fino ai giorni nostri.

Il nome Argiano deriva da “Ara Jani” perché il luogo in cui sorge la tenuta, a sud di Montalcino, era votato al dio Giano, protettore degli inizi e dei passaggi, raffigurato con due volti e in grado di vedere sia il passato che il futuro. Un po’ come questo suo pagano antenato, in questi ultimi anni lo storico brand montalcinese si è rivolto sia verso il passato che verso il futuro, mettendo sotto la lente il lavoro fatto per decenni e individuando passaggi da recuperare, per definire un nuovo percorso stilistico che sta segnando un vero e proprio ‘Rinascimento enoico’ dell’azienda. Un’evoluzione sicuramente favorita dall’acquisizione, nel 2013, da parte della Leblon Investment Fund Ltd del finanziere brasiliano Andrè Santos Esteves, e resa possibile grazie alla sapiente conduzione dell’enologo e amministratore delegato Bernardino Sani e del suo giovane team (under 40).

VILLA, CANTINA E HOSPITALITY

Con l’arrivo della nuova proprietà Argiano ha iniziato un percorso di progettazione e investimenti tutti rivolti alla massima valorizzazione e preservazione di questa magica tenuta – dice Bernardino Sani -. In cantina cerchiamo di seguire la stessa filosofia: massimo rispetto del terroir, valorizzazione delle caratteristiche naturali dell’uva delle migliori vigne di Sangiovese e produzione di Brunello eleganti ed equilibrati, che ben rappresentino la bellezza rinascimentale della villa e della storica cantina di affinamento”.

Il Rinascimento passa anche per le strutture e l’hospitality. Nel frattempo infatti, sono partiti i lavori di restauro di Villa Bell’Aria, disegnata nel 1580 dall’architetto Giovanni Pecci e oggi riportata al suo antico splendore, con appartamenti di lusso, sia privati che dedicati all’hospitality, nuovi uffici e anche un ristorante, che ha da poco aperto le porte ai visitatori. Anche le vecchie cantine sono state restaurate, tra giochi di luci e applicazioni in acciaio corten, per ospitare la collezione personale di vini di Esteves, oltre a numerose etichette provenienti dalle altre cantine del territorio.

ZONAZIONE, VINIFICAZIONI PARCELLIZZATE, CARBON NEUTRALITY

Oggi i 58 ettari di vigneti della tenuta sono interamente a conduzione biologica, mentre i restanti 53 coperti da boschi (su un totale di 125 ettari) sono inseriti in un programma denominato “Argiano Carbon Neutral”, che consiste nell’analisi e certificazione della capacità di compensazione di quest’area rispetto alle emissioni derivanti dal processo produttivo dell’azienda e di tutti i fornitori della filiera. Obiettivo: raggiungere uno stato di ‘credito ambientale’, restituendo all’ambiente più di quanto si sottrae.

Sui vigneti, in particolare, è stato portato a termine un lavoro di microzonazione, che ha permesso di identificare sei zone di riferimento per una coltivazione ancora più mirata del sangiovese. Tra queste spicca soprattutto quella da cui proviene il cru Vigna del Suolo, dove le radici delle viti affondano tra marne calcaree e argillose conferendo al vino una mineralità salata molto peculiare.

Le caratteristiche geologiche di ogni singola parcella sono state raccolte in un prospetto grafico con precisione al dettaglio, addirittura pianta per pianta, per consentire azioni mirate sui singoli filari in caso di necessità. E le specificità raggiungono anche la cantina, dove le vinificazioni sono parcellizzate, per raggiungere la massima definizione e il miglior livello qualitativo possibile nel vino. Sul fronte dello stile, dopo un lungo periodo di influenza sotto il segno di Giacomo Tachis, un accurato studio delle vecchie annate e di nuove tecnologie di produzione ha portato alla decisione di ritornare a un Brunello più snello, verticale e contemporaneo, ispirato dalle etichette degli anni ’70. Si sono così abbandonati i legni piccoli in favore della botte grande, iniziando in alcuni casi a sperimentare le vinificazioni in cemento. Oggi per il Brunello ‘base’ e Vigna del Suolo l’invecchiamento è di circa 30 mesi in botti di rovere di Slavonia di diverse capacità (dai 10, 15, 30 e 50 hl), mentre il Riserva trascorre 36 mesi in botti di rovere di Slavonia da 600 litri.

Mantiene invece uno stile più internazionale il Solengo, SuperTuscan montalcinese ideato dallo stesso Tachis, invecchiato per 18 mesi in barrique di rovere francese (60% nuove e 40% di secondo passaggio) e ottenuto da vitigni cabernet sauvignon, petit verdot, merlot e sangiovese. In questo caso è stata però recuperata la ‘ricetta’ originale del celebre enologo, dopo che negli anni il metodo di produzione era stato variato.

DEGUSTAZIONE

Una verticale di Brunello per ripercorrere a ritroso le diverse fasi della storia enoica di Argiano e comprendere il rinnovamento nello stile che caratterizza le ultime annate dell’azienda.

Brunello di Montalcino Docg 2016, un confronto con l’annata 2015

Se alla vista per entrambe le annate il colore appare simile, un rosso rubino vivo e lucente, al naso per questi due Brunello le strade si dividono. Fresco e ancora timido il 2016, con un bouquet di marasca, note lievemente verdi di erbe officinali e una balsamicità che ricorda una bacca di ginepro schiacciata tra le dita. Un naso più sofisticato, ma anche più espressivo rispetto al millesimo 2015, che invece gioca di sensazioni calde, con un frutto più maturo, note sanguigne più pronunciate e sfumature balsamiche di menta ed eucalipto. Un frutto pieno e polposo che torna anche al palato, assieme alla freschezza e al calore, legato a un’intrigante sensazione di arancia rossa. Il tannino è equilibrato e morbido. E proprio sul tannino nella 2016 si giocano sensazioni tattili ancora giovanili, per un sorso che vibra di freschezza e un gusto che ancora si trattiene, per chiudere con lunghi ricordi di tabacco.

Due annate molto diverse, tra le quali probabilmente la 2015 risulta già più godibile e immediata, mentre la 2016 mostra un carattere a tratti ritroso, soprattutto al palato. Una crisalide, destinata ad ampliare gli orizzonti, ma in verticale.
Vigna del Suolo, l’annata 2016 del cru di Argiano

Nel calice una lucentezza invitante e al naso un frutto maturo ma asprigno, marasca e ciliegia visciola, ma soprattutto una mineralità iodata che si unisce alle sensazioni balsamiche, in una maniera intrigante e caratteristica di questo vino. Al palato l’attenzione è subito catturata da un gioco di tensioni tra la freschezza e una sapidità salina che fa salivare ai lati della lingua. Questa piacevole sensazione persiste e accompagna tutto il sorso verso un finale lungo e caldo. Un vino energico e seducente, dai tratti forse più rotondi rispetto al Brunello ‘base’ 2016 e che, dopo una 2015 dal grande carattere, si mostra con quest’ultima annata in forma smagliante.

Un balzo all’indietro, dal 2010 (magnum) fino agli ultimi anni ’90, passando per il 2006.

Nell’annata 2010 il rosso rubino vivo sfuma in un’unghia granata e il colore è più profondo rispetto ai Brunello più recenti. Timido nell’apertura, rivela gradualmente aromi di marasca macerata e sensazioni balsamiche che ricordano la macchia mediterranea. Al palato una bella freschezza e un tannino ancora ribelle si uniscono a una concentrazione più sostenuta, figlia probabilmente di un’annata generosa, che ha dato uve di ottima qualità.

Nel 2010 l’influenza del legno iniziava già ad allentare la presa, mentre dall’annata 2006 ne emerge una presenza già più marcata. Qui a un calice ormai granato profondo corrisponde un naso di tamarindo e tabacco, note di humus e di sottobosco. Il palato è fresco, con un’alcolicità pronunciata e un tannino ancora dinamico, che bilancia carnosità e morbidezza. Qui l’utilizzo del legno piccolo si unisce a una maturazione un po’ più spinta delle uve, portando maggior concentrazione.

Cambia in maniera ancora più marcata lo stile del Brunello 1999. Liquirizia, cacao amaro, ciliegia sotto spirito e una speziatura più dolce indicano subito una maggiore incisività del legno piccolo in invecchiamento. Al palato la freschezza inizia a cedere il passo alla parte alcolica e il tannino si mostra levigato. Particolarmente interessante la vena sapida, che ricorda la salinità oggi espressa dal Vigna del Suolo.

1979, un punto di riferimento per le annate contemporanee

Come la cultura rinascimentale recuperava molti canoni dello stile classico, nel Rinascimento di Argiano la ‘classicità’ è rappresentata soprattutto dal carattere verticale delle annate di fine anni ’70. Tra queste in particolare il millesimo 1979 è stato preso come punto di riferimento da Bernardino Sani e dal suo team, che con le ultime annate hanno cercato di recuperare quella linea reinterpretandola in chiave contemporanea.

Nello specifico, il Brunello 1979 è un vino che ancora oggi regala freschezza ed equilibrio. Una volta versato, i profumi dal cacao virano gradualmente verso il tabacco, per aprirsi ad aromi di sandalo e tamarindo, note di humus ed erbe amare e una sensazione minerale che richiama a tratti toni metallici, quasi rugginosi. In bocca è ancora vivace e dotato di una sapidità che stimola piacevolmente le papille gustative, mentre il tannino ormai levigato arriva come una carezza elegante a chiudere il sorso, lasciando un finale lunghissimo in cui ritorna il tamarindo.

Interessante il confronto con l’annata 1980 che, a parità di stile, testimonia una stagione più calda, con una maturazione più rapida delle uve. Al naso i profumi si rivelano infatti più dolci e tostati, con accenni di cacao e sandalo ma anche note ossidative. La freschezza tuttavia resiste e la sapidità bilancia le sensazioni di frutta rossa macerata, contrastando al palato i ritorni di ossidazione. E il paragone con la doppietta 2015-2016 sorge spontaneo, associando le due annate più calde (2015-1980) e le due più fresche, per immaginare cosa il futuro potrebbe forse riservare agli ultimi due millesimi-vip di Montalcino.

Consigliati