Lucchetti, emozioni dalla Lacrima dimenticata in cantina

di Eugenia Torelli

Una verticale a ritroso di vent’anni per scoprire le potenzialità di affinamento del vino di Morro d’Alba spesso bevuto giovane

Scuro e impenetrabile, dai profumi intensi e quasi aromatici di viola, rosa e mora, il sorso morbido, affabile, goloso. Si presenta più meno così la Lacrima di Morro d’Alba Doc in giovinezza. La tipologia Superiore dà poi origine a vini dotati di struttura più importante, aromi più dolci o caratterizzati dai corredi olfattivi tipici dell’affinamento e delle sue diverse modalità. Resta però il fatto che la Lacrima sia ampiamente conosciuta come un vino da bere giovane e che tenda a sostare poco sugli scaffali, tanto che spesso il consiglio degli stessi rivenditori è di lasciarlo in cantina al massimo due/tre anni (anche per quanto riguarda il Superiore).

Ma tra i produttori la consapevolezza che la Lacrima possa dare di più c’è. E su quel vino “da bere giovane” ci sono buone ragioni per ricredersi, degustando le vecchie etichette di Lucchetti, azienda familiare con 30 ettari certificati bio a Morro d’Alba (AN).

Il fondatore, Armando Lucchetti era un innestatore e durante gli anni ha selezionato le piante che riteneva più adatte alla produzione, impiantandole poi sui terreni di famiglia. Oggi gli ettari dedicati alla lacrima sono 20 e le viti più vecchie hanno circa 40 anni (le più anziane della zona). La restante superficie è coltivata a verdicchio, che qui rientra nella Doc Castelli di Jesi. A prendersene cura ci sono il figlio, Mario Lucchetti e il nipote Paolo, che del nonno conserva la grande attenzione per le piante, perseguendo un obiettivo ben preciso: lavorare sui vini e sul tempo, per valorizzare le potenzialità della Lacrima di Morro d’Alba in invecchiamento.

SI PARTE DALLA VIGNA

In questa zona i terreni sono di origine pleocenica e si sono formati grazie all’affioramento del fondale marino, che ha originato lingue di sabbia miste ad argille, con buona presenza di fossili e conchiglie. Questo si traduce oggi in terreni ricchi di calcare e ottimi per la viticoltura, in cui l’apparato radicale della vite riesce a scendere a fondo. Il lavoro in campo si concentra in buona parte sul calmare la vigoria delle piante, attraverso l’utilizzo di portainnesti specifici e la semina di colture superficiali utili a sottrarre parte del nutrimento alla vite.

C’è poi una specificità molto importante che riguarda la tipologia di uva. “La buccia della lacrima ha la caratteristica di rompersi quando ci sono forti cambiamenti climatici – dice Paolo Lucchetti -, creando microfratture che fanno uscire le gocce da cui deriva il nome del vitigno. Tutto questo è fantastico per lo storytelling, ma per noi viticoltori non è facile”. Le rotture infatti, senza condizioni ottimali a livello di umidità e irraggiamento solare, rischiano di favorire il danneggiamento dei grappoli e l’esposizione a parassiti e patogeni.

Oggi per controllare il fenomeno dobbiamo operare una gestione del verde molto precisa – spiega Paolo -. I grappoli devono avere il giusto equilibrio tra ombreggiamento e irraggiamento solare. Bisogna defoliare dove c’è maggior umidità, ma lasciare foglie dove c’è più sole per evitare le scottature e infine provvedere a concimazioni e semine polifunzionali”. E la selezione clonale aiuta. Il clone selezionato dal nonno è infatti quello con il grappolo più spargolo e quindi più funzionale in caso di umidità.

IL LAVORO IN CANTINA

Quando l’obiettivo è produrre un vino capace di invecchiare, per Paolo Lucchetti “il segreto è non appesantire il vino, se si lavora bene in fermentazione poi basta seguire la massa”. E in cantina si lavora soltanto con l’acciaio e con il cemento, senza affinamenti in legno. Le macerazioni in genere sono lunghe e regolate da continui assaggi. Poi temperature controllate e non oltre i 25°C, per preservare meglio gli aromi.

Nascono così tre differenti etichette. Due Lacrima di Morro d’Alba Doc, il Fiore frutto di un blend dalle uve della tenuta e il Mariasole, secco ma ottenuto da uve appassite, alle quali si aggiunge il Guardengo, Lacrima di Morro d’Alba Doc Superiore, da uve selezionate del vigneto più vecchio. Neanche in questo caso si ricorre al legno. Dopo una pigiatura soffice dell’uva diraspata, viene svolta la fermentazione in acciaio con rimontaggi giornalieri. Un processo che, tra fermentazione e macerazione, dura circa 30 giorni, al quale seguono fermentazione malolattica e una sosta di circa sei mesi in cemento vetrificato prima dell’imbottigliamento.

Proprio il Guardengo è l’etichetta che più si addice all’invecchiamento e della quale Lucchetti conserva ogni anno una piccola parte della produzione per destinarla ad affinamenti più lunghi. L’obiettivo è quello di educare il consumatore a un approccio diverso alla Lacrima, valorizzandone versioni più complesse, almeno per un pubblico di intenditori.

DEGUSTAZIONE

Una verticale di Guardengo lunga un decennio, dal 2010 al 2000 per scoprire come la Lacrima di Morro d’Alba possa affrontare il tempo. E, in effetti, il risultato nel calice è sorprendente e assai poco scontato.

I vini degustati:
Guardengo, Lacrima di Morro d’Alba Doc Superiore 2010
Guardengo, Lacrima di Morro d’Alba Doc Superiore 2007
Guardengo, Lacrima di Morro d’Alba Doc Superiore 2004
Guardengo, Lacrima di Morro d’Alba Doc Superiore 2003
Guardengo, Lacrima di Morro d’Alba Doc Superiore 2002
Lacrima di Morro d’Alba Doc 2001
Lacrima di Morro d’Alba Doc 2000
(le ultime due annate non erano ancora chiamate Guardengo, ma erano prodotte con uve provenienti dallo stesso vigneto)

Rispetto all’annata più giovane in commercio, in cui domina un’aromaticità terpenica di rosa e violetta assieme ai frutti di bosco maturi, le versioni più invecchiate rivelano un’elegante evoluzione dei profumi. Qui, in mancanza di legno, si gioca tutto sulle caratteristiche del vitigno e sul lavoro in fase di vinificazione (oltre che sulla conservazione delle bottiglie, ça va sans dire). Il frutto evolve verso sensazioni di more in composta, chinotto e carruba, mentre la rosa lascia il posto a toni più erbacei e balsamici, dalla salvia alla nepitella e le foglie di tabacco. Alcune annate, come la 2004, conservano ancora le note di viola. Il colore vira verso un rosso granato scuro e intenso, che si scarica andando verso le annate più vecchie. Al palato i tannini sono morbidi e dolci, generalmente ben amalgamati con le altre componenti, per sorsi vellutati e dalla freschezza delicata. A spiccare per equilibrio, soprattutto alcune tra le annate più vecchie, 2002 e 2000, accompagnate anche al palato da balsamicità intense e gradevoli.

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