Vini di Campania, tra conferme e nuove ispirazioni

di redazione

Confronto con Helmuth Köcher che ha battuto il territorio regionale dal mare ai monti assaggiando 326 vini, soprattutto da vitigni autoctoni.

Un tour attraverso le provincie campane, con 326 vini a base di vitigni tra Aglianico, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo, Falerno, Pallagrello Bianco e Pallagrello Nero, Coda di Volpe, Sciascinoso, Barbera del Sannio – Camaiola, Piedirosso, Lacrima Cristi (Bianco e Rosso), Caprettone, Catalanesca, Biancolella, Asprinio di Aversa, Casavecchia, Ginestra, Tintore, Ripoli, Fenile. Gli assaggi di Helmuth Köcher con Dante Stefano Del Vecchio per la selezione dei vini in vista del Merano Wine Festival offrono uno scorcio privilegiato di storia, cultura, qualità dei territori.

Helmuth, come è andato questo tour attraverso i vini di Campania? Quali sono le prime impressioni?
La collaborazione con i Consorzi di Tutela offre l’occasione di continuare a cogliere anno dopo anno l’evoluzione dei vini e dei rispettivi territori. La prima sensazione, chiara e abbastanza indicativa, di una buona qualità dei vini che si caratterizzano per la loro coerenza territoriale, finalmente spogliati o alleggeriti della legnosità che per un decennio li ha contratti, compressi nella loro tannicità troppo spigolosa e rude. Dal Sannio a Caserta con il Falerno, al Cilento ci restituiscono un Aglianico caldo e abbastanza morbido, ma la ricerca di un costante equilibrio con l’alcol rimane un sentiero stretto entro cui tenere gli zuccheri e insieme freschezza, persistenza, finezza, morbidezza e amabilità rimane la sfida principe.

Un viaggio tra conferme e nuove scoperte?
Per il Vesuvio e i Campi Flegrei, l’eleganza e la bevibilità dei vini ci regalano freschezza e sapidità, note fruttate, intensa mineralità precedute dalla limpidezza del colore che varia dal rubino al granato. Il Vesuvio, dalla tradizionale Lacryma Christi e Piedirosso ai vitigni Caprettone e Catalanesca, accelera su ricerca e l’evoluzione della proposta del territorio
Terra di Lavoro spicca il Pallagrello bianco e nero, con una spiccata identità ricercata da anni e che oggi esprime una vivacità gradevole nella sua verticalità, dalla grana fine e appuntita. Per il Falerno, mito e miniera d’oro, la qualità raggiunge con slancio punte straordinarie nella perenne lotta con l’alcol, in quelle vigne che confinano con il mare.

Qual è l’impressione sul Sannio?
Come un motore diesel, il Sannio inarrestabile continua la sua marcia per conquistarsi importanti traguardi: non solo aglianico ma soprattutto falanghina. Dinamica al palato, limpida com’è netta la sua intensità floreale e ricchezza di note fruttate. Un vitigno che dal Sannio impone la sua delicata complessità e la sua fresca eleganza e “negli anni” tira fuori la sua struttura corposa matura e armonica.

E spostandosi verso la costa?
Interessante il cambio di passo dei vini della Costa d’Amalfi e Cilento, freschezza e calore, sapidità e mineralità, consistenza e finezza con le loro intense note aromatiche e sottofondo speziato regalano una straordinaria piacevolezza del bere. Le terrazze di una vitivinicoltura folle e coraggiosa quella della costiera amalfitana, sono composizioni paesaggistiche di pregio per la conservazione del suolo, per tenere insieme quel poco di strato di terreno che ricopre la montagna calcarea.