Biodistretto trentino: NO grazie

di Daniele Becchi

L’esiguo afflusso degli elettori trentini alle urne spegne il sogno di istituire un biodistretto provinciale.

Volete che, al fine di tutelare la salute, l’ambiente e la biodiversità, la Provincia Autonoma di Trento disciplini l’istituzione su tutto il territorio agricolo provinciale di un distretto biologico, adottando iniziative legislative e provvedimenti amministrativi – nel rispetto delle competenze nazionali ed europee – finalizzati a promuovere la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione, la preparazione alimentare e agroindustriale dei prodotti agricoli prevalentemente con i metodi biologici, ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo 228/2001, e compatibilmente con i distretti biologici esistenti?”.

Questo il testo referendario che domenica 26 settembre ha portato alle urne i cittadini trentini per un’insolita tornata volta a istituire un distretto biologico che coprisse l’intero territorio provinciale. A vincere il partito del NO, spinto da un diffuso astensionismo; a fronte di un quorum richiesto del 40% perché la consultazione fosse ritenuta valida, si sono recati alle urne solo il 15% degli elettori, pari a poco più di 68.000 cittadini aventi diritto.

Depositata il 26 luglio 2019, la proposta di istituire un Distretto Bio ha visto cementarsi attorno all’idea trentacinque associazioni, intenzionate a innalzare nella provincia di Trento le coltivazioni biologiche al 50% dei terreni agricoli, rispetto all’attuale 6% e rispetto a una media italiana del 15% e avvicinarsi così alle richieste delle strategie comunitarie Farm to Fork e Green Deal. Sebbene di natura non vincolante, l’iniziativa aveva trovato una ferma opposizione nelle associazioni di categoria, schieratesi contro una proposta fatta in assenza degli agricoltori, prima vera parte in causa della questione.