Agnanum, viticoltura eroica tra vigneti metropolitani

di Lucia Immacolata Migliaccio

Nei Campi Flegrei, alla periferia nord di Napoli, Raffaele Moccia racconta vigne di 150 anni su terrazzamenti antichi da manutenere a mano.

Parlare di “vigneto metropolitano” sembra quasi un ossimoro, perché siamo abituati a pensare alle vigne in territori incontaminati e lontano dalle città. Eppure esistono questi luoghi speciali dove il binomio vigna/campagna è sfatato e gli acini crescono, resistendo all’urbanizzazione.

Nei Campi Flegrei, praticamente alla periferia nord di Napoli, c’è un territorio con una bellezza spesso deturpata e dove la vigna, simbolo di riscossa della terra sull’uomo, domina la metropoli. Tra le terme e l’ippodromo, vicino all’entrata dell’oasi WWF Bosco degli Astroni, lungo la dorsale del vulcano spento, Agnanum è una vera e propria giungla enoica di 15 ettari, in un corpo unico, in un unico appezzamento.

L’intero vigneto fu impiantato dai miei avi nell’800 – racconta Raffaele Moccia, patron dell’azienda viticola – e da una decina d’anni lo sto ricomponendo. In virtù dei vari affidi, si era totalmente frammentato in porzioni di terra non curate e abbandonate. Qui i terreni sono così fragili e poveri che bastano pochi anni di mancata manutenzione che la collina si riappropria del suo stato originario e i versanti ritornano scoscesi”.

I terrazzamenti, croce e delizia del vigneto, furono opera dagli Angioini, “quindi ho dovuto rifarli, rispolverando l’arte antica dei vutcar – spiega Raffaele – definiti così perché i punti di maggiore curvatura dei terrazzamenti noi li chiamiamo ‘rint’a votc’, cioè dentro la volta e qui, le vigne hanno un andamento circolare. Linearità non c’è, bisogna seguire la morfologia e la sinuosità della collina. Sarebbe stato più semplice estirpare tutto e partire daccapo, semplificarmi la vita e meccanizzare, ma non l’ho potuto né voluto fare perché in una buona parte dei terrazzamenti le viti hanno dettato legge con la loro ampiezza ed era impensabile aumentare gli spazi estirpando piante di 150 anni. Allora mi sono accontentato di avere un terrazzamento stretto nel quale ci passa a mala pena una persona”.

Impossibile condurre trattori e mezzi meccanici, anche l’uso di un piccolo motozappa non è consigliabile perché i terreni sono così poco coesi che non riuscirebbero a sostenerne il peso. “Quindi quando inizia a fare caldo, già a partire da maggio, il lavoro diventa esclusivamente manuale”, spiega Moccia.

ALLEVAMENTO CON MEDOTI PECULIARI

Un lavoro di rispetto e osservazione, fatica e sudore sulla fronte, zappa e pompa a spalla. Quest’anno, conoscendo bene la collina, Raffaele ha deciso di provare a realizzare un percorso nel vigneto, “facendo sì che il filare che occupa la corsia venga spostato fuori la strada e quindi creando quella che noi chiamiamo ‘a’calatoia’ (la propaggine, ndr), per cui una parte del tronco è interrato mentre l’estremità fuori è la parte più giovane”.

Il sistema di allevamento utilizzato è quello della pergola puteolana, evoluzione di un altro vecchio sistema conosciuto come ‘a’prates’. “Era permesso alla pianta di svilupparsi in una maniera abnorme – spiega Raffaele – e si sceglievano i capi più belli, pur se all’estremità, senza costringere la vite ad addomesticarsi con le varie potature annuali. Mentre oggi la produzione avviene in prossimità del fusto, con quel sistema è al margine e in alcuni casi anche a 10 metri dal gambo stesso. Questa tipologia di allevamento ho continuato ad adottarla perché addomesticare una vite del genere modificandola, sarebbe per la pianta stessa un danno. È stata così per 150 anni e cercare di fare uscire un tralcio in prossimità del fusto potrebbe anche causarne la morte. Abbiamo cercato di tenere la vigna così come è, anche se alcune viti le ho dovute potare e condurre secondo una pergola classica, dato che i cambiamenti climatici hanno accelerato le maturazioni”.

LA TERRA CHE SCAPPA VIA

Il suolo, costituito in superficie da un alto strato di cenere e lapilli, è molto friabile e polveroso e l’eccesso di siccità fa venir meno il collante (acqua e umidità) che mantiene uniti i terrazzamenti. L’eccesso di pioggia è invece dannoso e laverebbe verso valle le vigne, se non fossero costantemente manutenute

C’è anche da dire che chi ha abbandonato questo impianto lo ha fatto perché la lavorazione del terreno è davvero molto complicata: tanti terrazzamenti cadono e bisogna ricompattarli e questo diventa complicato. Chi ha 10 ettari di vigna ne ha in realtà 20, perché 10 sono quelli pianeggianti che creano meno problemi e sono produttivi, ma gli altri 10 formano il pilastro del terrazzamento e creano più problemi perché se cadono bisogna rifarli”, spiega Raffaele.

C’è dunque una cura viscerale del suolo, per far sì che il terreno e le viti siano in grado, in questo blend polvere e cenere, di poter dare un frutto. “Qui la terra va trattata in modo tale che se non te ne scappi via, che non sia lei a sfuggirti da sotto i piedi – commenta Moccia – Pratichiamo dalla notte dei tempi l’aridocultura, il nostro modo di gestire la vigna con varietà che hanno radici fittonanti che tendono a scendere in profondità in ricerca di acqua e cibo. Ma soprattutto che riescano modellare i terreni affinché l’acqua venga contenuta. Ci sono in alcuni casi terrazzamenti che fungono solo e soltanto da vasche, quindi li non si coltiva. Le attività non si riescono a fare in maniera accelerata”.

Raffaele Moccia è un uomo coraggioso, instancabile, un vero e proprio manutentore del paesaggio e, nei suoi filari un po’ disordinati ma in totale armonia con l’ambiente, la preziosa identità sensoriale di piedirosso e falanghina è preservata. E si esprime con vini sanguigni e viscerali, con tanta materia e marcato spessore gustativo.

DEGUSTAZIONE

Falanghina 2019 – Campi Flegrei Falanghina dop

Uvaggio:100% falanghina
Vinificazione e affinamento in acciaio

Giallo paglierino con riflessi verdolini, unisce all’olfatto tocco vegetale e reminiscenze pietrose. Energica freschezza che conduce ad una chiosa di erbe officinali. La spiccata sapidità allunga il sapore e lascia la bocca pulita, desiderosa di un nuovo sorso.

Falanghina 2017 – Campi Flegrei Falanghina dop

Uvaggio:100% falanghina
Vinificazione e affinamento in acciaio

Oro, balsamico e minerale alza una cortina che non trattiene la nota di agrume, pasticceria ed erbe aromatiche, dal timo al rosmarino. Solida e spessa al gusto, l’integrazione tra calore alcolico e spinta fresco-sapida è perfettamente integrata. Finale lungo e appagante.

Piedirosso 2019 – Campi Flegrei Piedirosso dop

Uvaggio: 100% piedirosso
Vinificazione e maturazione in acciaio

Impenetrabile rubino, esordisce all’olfatto con una manciata di petali di viola, ciliegie e more di rovo. Cenere e pepe nero accompagnano un cenno di tabacco. Sorso pulito, netto, con una sferzante acidità e tannini composti.

Vigna delle Volpi 2016 – Campi Flegrei Piedirosso dop

Uvaggio:100% piedirosso
Vinificazione in acciaio e affinamento in tonneau per 9 mesi. Pima dell’imbottigliamento, sosta in acciaio.

Impenetrabile rubino che volge al granato nell’orlo, all’olfatto una ventata di rosa, petali di geranio, tostatura del caffè, pinoli e una lieve nota ematica. Bocca ricca di materia, grande carattere e buon corpo, sorprendente rispetto la tipologia. Chiusura appagante con ricordi silvestri.