Dimmi che vaso vinario utilizzi e ti dirò chi sei

di Gian Omar Bison

Riflessioni da Blend, rassegna enoculturale promossa da Bellenda a Vittorio Veneto (Tv). Si dibatte di vino “tonnato” e di minimalismo enologico. 

Un dibattito curioso, a tratti appassionante, lascia in eredità dubbi e certezze. Parlare di rapporto tra contenuto e contenitore, relazione che concorre a definire l’identità e il profilo sensoriale di un vino, è da sempre argomento scabroso. Se la scelta del vaso vinario (legno, acciaio, cemento, anfora…), in fase di fermentazione o di affinamento più o meno lungo, contribuisce inevitabilmente al risultato che poi troveremo nel calice, esiste un’opzione giusta in assoluto? Forse no. Probabilmente però esistono scelte sbagliate.

A monte i produttori si interrogano forti di conoscenze ed esperienze secolari, se il profilo sensoriale del vino si debba accompagnare, amplificare o asciugare. Preservare o impreziosire. Un ragionamento a 360 gradi dietro al quale c’è il disegno del produttore che deve sempre e comunque tenere conto delle necessità dei distributori, dei commercianti, degli orientamenti di mercato e del marketing, della volubilità e delle aspirazioni dei consumatori nel mondo, dei nuovi trend di promozione e comunicazione.

Nel giro di pochi anni siamo passati dal “se non è barricato, fortemente barricato, non è vino” (non parliamo dei vini obbligati dalla storia e dai disciplinari all’utilizzo del legno), o millesimato come garanzia di qualità a prescindere ben oltre il suo vero significato, al minimalismo enologico. Ecco allora la mistica del produttore eremita, impermeabile alla chimica, alla fisica, alle mode e intento a salvare il mondo col vino dal cocuzzolo della montagna. Una narrazione estremista che ha semplificato, polarizzato, a volte banalizzato la comunicazione di prodotto, lo storytelling del vino: o tutto ”costruito” e businness oriented o casuale e figlio delle lune e dell’ascetismo enologico.

In questo senso, tra le tante parole d’ordine o cavalli di battaglia che hanno trainato e raccontato vini iconici e aziende assurte a vere e proprie mete di pellegrinaggio, non potevano mancare appunto i contenitori. E allora siamo passati dal vino barricato (spesso super barricato) al vino anforato col rischio – come sottolinea divertito Pietro Pellegrini – di arrivare a parlare di “vino tonnato” (dal francese tonneaux, la botte grande di legno da 500 litri).

Per gli osservatori esperti il pericolo è esattamente questo: che il contenitore diventi un fine, uno status symbol, e non un mezzo nel percorso di produzione che passa dal vigneto al calice. Un totem, un indicatore di qualità a prescindere. E che diventi parte di retroetichette complesse da raccontare, da capire e da vendere – sostengono Roberto Pellegrini dell’azienda di distribuzione Pellegrini Spa e Giuliano Boni di Vinidea.

Parliamo di materia viva – sottolinea il giornalista enogastronomico Antonio Paolini – che da qualche parte bisogna pur mettere e che in qualche modo bisogna trasportare, meglio se in maniera agevole”. Ecco allora il contenitore nella storia nato per essere pratico, comodo, resistente. Le visioni di Elisabetta Foradori, dell’Azienda Agricola Foradori di Mezzolombardo (TN), in questo senso, sono quelli di una produttrice che sceglie il vaso vinario come strumento per preservare la vitalità del frutto e compiere al meglio il processo di fermentazione. Affrontando il tema del linguaggio, usato nella comunicazione di prodotto Slawka G. Scarso, consulente in comunicazione enogastronomica e docente di marketing del vino, evidenzia la necessità di calibrare le scelte in base al pubblico di riferimento, preferendo la comprensibilità ai tecnicismi.

Le riflessioni sono state sviscerate in occasione dell’evento Blend organizzato da Bellenda. “Blend nasce dalla nostra viscerale passione per il vino, che ravviviamo costantemente attraverso lo studio e il confronto con produttori sensibili e competenti – dichiara il contitolare Umberto Cosmo – Il vino, così come il dibattito intorno a esso, è in continua evoluzione. Momenti di confronto aiutano ad ampliare le proprie prospettive sul prodotto e sulle dinamiche nazionali e internazionali che lo influenzano, per uscirne tutti più arricchiti e incuriositi”.

In buona sostanza possiamo dire che come non si può imporre un vitigno qualsiasi ad un territorio qualsiasi, allo stesso modo la scelta del contenitore non può nascere a monte e a caso, ma deve essere la culla migliore dove svezzare e crescere un vino perché possa esprimersi al meglio delle sue potenzialità. E per raggiungere un traguardo simile ci vuole storia, esperienza, apertura mentale, rigore, disponibilità alla sperimentazione.