Freisa di Chieri, un futuro vecchio 500 anni

di Daniele Becchi

Marina Zopegni (Consorzio Freisa di Chieri) vede nel rapporto con Torino e nel contributo delle nuove generazioni la chiave di volta su cui costruire il domani.

Frutto di un vitigno noto fin dal 1517 e legato a doppio filo alla città di Torino, il Freisa di Chieri Doc sta vivendo una fase di rinnovamento, che, nell’offrire le tanto attese prospettive di sviluppo, chiede alla filiera di elaborare nuove politiche capaci di proiettare la denominazione nel prossimo futuro. Tra le principali sfide che attendono il relativo Consorzio di tutela, dove stanno facendo il loro ingresso nuove generazioni di vignaioli, c’è sicuramente il consolidamento dei rapporti con Torino, un tempo capitale industriale e oggi città che ambisce a fare dell’enogastronomia e del turismo gli asset del proprio rilancio.

In questo spirito di apertura verso l’esterno non possono che essere giudicate positivamente le reti tra operatori e istituzioni a cui il Consorzio ha deciso di aderire; forte è la consapevolezza che lo sviluppo dell’economia vitivinicola passa da una complessiva crescita del territorio di riferimento.

Importante, inoltre, comprendere la possibile evoluzione del nome stesso della Denominazione, aspetto che investe in pieno il tema della riconoscibilità e che potrebbe animare la discussione nella filiera. A pesare non è solamente la normativa comunitaria, sempre più restia a tutelare denominazioni non toponomastiche, ma un’idea di futuro dove il vino sarà parte integrante del contesto circostante, con conseguente spostamento nominale dal prodotto al territorio.

Di questi aspetti abbiamo parlato con Marina Zopegni, presidente del Consorzio Freisa di Chieri e collina di Torino in occasione della prima edizione di Freisa by Night, incontro organizzato dall’ente di tutela per approfondire la discussione intorno al futuro della denominazione. Aperta da un convegno in cui istituzioni ed esperti hanno affrontato il tema dello sviluppo futuro alla luce dei più recenti trend enologici ed enoturistici, la serata è poi proseguita con la degustazione dell’ampia offerta enologica oggi riferibile al territorio.

Si scrive Freisa si legge Torino. Quali i termini storici di questo rapporto e quali i progetti utili a rinsaldare il legame tra la città sabauda e un vitigno la cui coltivazione si estende fino alle sue porte?

Il freisa, vitigno tipicamente piemontese, ha una storia di almeno 500 anni, così come da documentazioni pervenute sino ai giorni nostri. La sua presenza nei territori degli odierni Monferrato e Collina Torinese è sicuramente precedente, ma con altri nomi a indicare l’uva locale. La sopravvivenza della viticoltura e dell’arte enologica alle invasioni barbariche che seguono la caduta dell’Impero Romano si deve soprattutto ai monaci che, al riparo dei loro monasteri, perpetuano e tramandano la coltivazione della vite e la produzione di vino richiesto per la celebrazione dell’Eucaristia. Tra ‘600 e ‘700 proliferano le proprietà borghesi e nobiliari che con terreni vitati e adeguate cantine per la vinificazione coprono il fabbisogno della famiglia. Questi vigneti, coltivati molto probabilmente a freisa, sono nominati negli atti pubblici “vinee ultra padum”, cioè le vigne oltre il Po. E “vigne” diventa anche il nome delle proprietà, col tempo poi denominate “ville”. La più nota è la Vigna della Regina di Madama Reale Cristina di Francia, la cui attività produttiva storica è stata riattivata dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte nel 2008.

Da anni lavoriamo per creare legami tra la freisa e la città, che nel tempo ha sviluppato un’importante vocazione turistica, partecipando alle manifestazioni, proponendo degustazioni in locali e ristoranti, sviluppando progetti come il recente Freisa Friday che ha coinvolto produttori, ristoranti, enoteche, pub e luoghi di cultura significativi come la sede del Circolo dei lettori di Torino.

È assodato il ruolo dell’enoturismo come leva per la sviluppo di un territorio. Quali sono i progetti e le idee sul tavolo del Consorzio? E, allargando lo sguardo, come le aziende e le istituzioni coinvolte possono diventare parte attiva di un processo da tanti ritenuto indispensabile per garantire il futuro della filiera?

Il tema è estremamente attuale e molto ampio, poiché coinvolge tanti attori su diversi livelli. Creare legami territoriali, per poter contare su di una rete che creda e valorizzi il territorio è fondamentale. In merito il Consorzio aderisce al Distretto del cibo Chierese Carmagnolese e alla Fondazione di Comunità del Chierese, mentre a livello cittadino è partner del distretto urbano del commercio. Ritengo fondamentale lavorare ad una visione comune, che garantisca uno sviluppo longevo dei progetti legati alla valorizzazione e allo sviluppo del territorio e del proprio patrimonio enogastronomico. C’è molto da lavorare in termini di comunicazione e marketing, questo è un settore in cui dovremo misurarci ed eventualmente dotarci di strumenti adeguati.

La Freisa di Chieri sta attraversando un ricambio generazionale, che significa entusiasmo ma anche inesperienza. Dall’alto del suo percorso umano e professionale si sente di consigliare qualcosa ai giovani produttori?

Dai giovani produttori ho tanto da imparare! La maggior parte proviene da famiglie che hanno trasmesso loro storia ed esperienza, le nuove leve aggiungono studio, tecnologia e passione. Direi che se continueranno a mantenere uno sguardo attento e aperto all’evolversi delle realtà enoiche nazionali, europee e internazionali sono decisamente sulla buona strada.

I vini a denominazione di origine controllata ‘Freisa di Chieri’ devono essere ottenuti dal vitigno freisa in una percentuale minima del 90%. Questo recita il vostro disciplinare. Non ritiene che in un’epoca di valorizzazione dei vitigni autoctoni denominazioni importanti come la vostra dovrebbero compiere il fatidico ‘salto del fosso’ e abbracciare una produzione monovarietale?

È un ottima considerazione, sulla quale concordiamo, infatti gli impianti più recenti sono piantati in purezza. La percentuale minima stabilita nel disciplinare è utile a tutelare i vigneti storici, che non sono monovarietali, ma nel tempo sarà necessario un adeguamento.

Freisa frizzante e Freisa ferma. Un derby sempre vivo tra le colline del chierese. Lei da che parte sta?

La freisa ferma evoca la storia di un vitigno antico che ha saputo rinnovarsi e oggi può presentarsi per essere apprezzato anche dai palati più esigenti…ma oggi ho degustato una freisa frizzante le cui bollicine sono difficili da dimenticare!

Freisa: un nome altamente evocativo, che però si scontra con la crescente richiesta comunitaria di svincolare le denominazioni dai vitigni a favore di toponimi. Quale la posizione del Consorzio a tal proposito?

Vino e territorio sono da sempre strettamente legati, tanto più se ci riferiamo ad un prodotto che ha secoli di storia come la freisa. La naturale evoluzione economica, politica e geografica spingerà nel tempo ad individuare un vino con il proprio territorio come la Francia insegna, ma la sfida sarà quella di accompagnare l’assimilazione con la salvaguardia delle caratteristiche organolettiche e storiche dei vini, con particolare attenzione a quelli autoctoni.