Il vento di Sardegna nei vini Bentu Luna

di Lucia Immacolata Migliaccio

Degustazione delle etichette frutto di un progetto di nuovo “umanesimo” lanciato dall’azienda sarda che unisce tecniche innovative a processi tradizionali.

La Sardegna è terra di tradizioni. Usi, costumi e folklore sono molto radicati e fortemente sentiti nel substrato culturale, forse per l’isolamento geografico che ha creato un vincolo indissolubile tra i sardi e la loro isola. Tradizioni legate al mondo agropastorale e a quello viticolo di cui il tempo è sempre stato elemento determinante: tempo cronologico che dal sorgere al calar del sole scandiva la durata della giornata lavorativa e tempo meteorologico, alleato ma spesso acerrimo nemico per le attività a cielo aperto. Quando le intemperie concedevano un po’ di tregua agli instancabili lavoratori, qualcuno lasciava aperta la porta della cantina che dava sulla strada. E una sorta di panel degustazione ante litteram, che poneva l’esperienza di ogni singolo componente a disposizione degli altri, aveva inizio. E da lì, su giru de sos gamasinos, il giro delle cantine di tutti i componenti del gruppo.

Il vino e fare il vino, era racconto e scambio di opinioni, fattore aggregante, un’antesignana versione del social drinking. E questi riti, celati dietro le lunghe tradizioni contadine, hanno, in gran parte rischiato di sfumare.

 

VIGNETI “RESTAURATI”

Bentu Luna è un progetto di ampissimo respiro cui si deve il recupero e il restauro di vigneti e vitigni storici lasciati dai viticultori con l’obiettivo in primis di ridare dignità allo stesso concetto di viticultura territoriale. Con il suo paesaggio, vasto e diversificato, tanto da essere definito isola-continente, la Sardegna è una delle più complesse e affascinanti realtà enoiche del Mediterraneo. “Bisogna portare più reddito verso l’inizio della filiera – commenta l’ad Gian Matteo BaldiQuando i vini costano poco, vuol dire che non c’è una ridistribuzione equa dei ricavi ed è stata pagata poco l’uva e poco il vino. Per tanti anni questo sistema ha influenzato il modello di produzione, specialmente italiano, per cui chi cura i vigneti guadagna sempre di meno e di conseguenza patrimoni così enormi e storici come quelli delle vecchie vigne sono stati e continuano ad essere abbandonati. L’intento è quello di dimostrare che è possibile ridistribuire ricavi lungo tutto il comparto: nel mondo del vino italiano la convinzione che se non abbassi il costo dell’uva non riesci a fare un progetto con un senso economico è del 90% della massa. Ma se ti pagano l’uva 30 cent al kilo e la vigna produce circa 20 quintali ad ettaro, non puoi nemmeno prenderti un caffè al bar”.

Emanuela Flore, la giovane enologa sarda dell’azienda, con un sorriso sulle labbra asserisce infatti che “oggi gli anziani del paese ricavano reddito da vigne che volevano estirpare: anche il vigneto centenario era abbandonato e le persone del posto adesso vanno a vederlo perché non credono che noi facciamo il vino da quegli alberelli”.

Bentu Luna ha posto l’uomo al centro del progetto e la sostenibilità, anche economica, ne diventa una conseguenza. I numerosi dettagli sono eseguiti seguendo questa visione “olistica”, una sorta di paradigma attraverso cui si declinano spontaneamente tutti i comportamenti.

 

QUALITÀ E SOSTENIBILITÀ

Sede della cantina è Neoneli, in provincia di Oristano e l’attività si sviluppa tra il Barigadu e il paesaggio policolturale del Mandrolisai. Il territorio è fatto di foreste, ricco di acque e vallate dove i vigneti regnano incontrastati, ognuno con la propria esposizione perché specchio della conoscenza storica di ogni vignaiolo. Un percorso con tante vasche in cemento dove sovente i pastori fanno fermare il gregge, di pecore e capre, nella transumanza quotidiana. E tante le fontane di acqua potabili, ogni comune ne ha 3/4 di cui usufruiscono i cittadini. Non c’è bisogno di giocare troppo di fantasia, i boschi di sughera e altre querce, come la roverella ma anche acero, ontano e agrifoglio, crescono sui suoli granitici ad altitudini tra i 200 e 550 m slm.

La sostenibilità di Bentu Luna si rispecchia anche in un progetto sui tappi. “Selezioniamo gli alberi nelle sugherete più vicine alla nostra azienda – racconta Fiore – anche per poterne monitorare la maturazione negli anni: in Sardegna, esteticamente il sughero è il più bello in assoluto, ma tecnicamente ha tante imperfezioni perché i boschi non vengono gestiti per estrarre il sughero per fare i tappi. Spesso non si ha l’apertura nella foresta, non si ha la pulizia del sottobosco, quindi si parte dal cercare le piante che rispondono alle nostre esigenze cercando di limitare quanto più possibile eventuali fattori di contaminazioni. Una volta fatto il taglio della plancia, questa non deve assolutamente toccare il terreno. Lo scorso anno, abbiamo sperimentato 3mila tappi senza paraffina (utilizzata per garantire la chiusura e lo scorrere del sughero nel collo delle bottiglie), sostituendola con due bande di cera d’api. Ora ne osserveremo l’affinamento”.

 

UMANESIMO OPERATIVO

L’uomo viene rimesso al centro, non in senso metaforico ma proprio in senso fisico: è fondamentale il rapporto diretto con l’uva, da cui discende la qualità del vino. “Anche nelle strutture come la nostra che sono più complesse – spiega Baldi – questo rapporto può esistere però c’è bisogno di passaggio di conoscenza e consapevolezza. Mi spiego, la qualità del vino non la può fare un consulente che viene due volte l’anno ma la fanno le 10 persone che potano e osservano le piante, le 4 persone che sono in cantina la quale pare un semplice stanzone ma è stata fatta così perché chi lavora dentro deve vedere tutto, deve esserci un rapporto costante. L’uomo è figura cardine nel vero senso della parola”.

In questo modello, non c’è un unico consulente di riferimento con azione globalizzante ma sono tanti i maestri di caratura internazionale, come Giovanni Bigott l’agronomo e Federico Staderini, Beppe Caviola, Nicolas Secondé, enologi, che forniscono un contributo lavorando insieme a Emanuela Fiore, che fa da collettore, distribuisce e meticcia le informazioni. “Lei è la figura più importante – commenta l’ad – perché trasmette conoscenza e consapevolezza. Faccio un esempio: quando abbiamo iniziato tutta la prima parte legata alla viticoltura di precisione dove è importante fare monitoraggio, essere estremamente attenti, vivere il vigneto quotidianamente e percepire i minimi cambiamenti e dettagli, si è dovuto spiegare a tutte le persone che hanno vigna, che dovevano girare tra gli alberelli e osservare. Ma loro erano imbarazzati perché nella cultura locale non si va in un vigneto se non per zappare! Anche questo adesso è cambiato ma c’è stato bisogno di spiegarlo, non è stato così scontato”.

In questo concetto di “umanesimo”, non c’è la negazione della tecnologia, anzi è strumento importante: all’interno dell’azienda una app consente la condivisione di informazioni e raccolta dati. “Sulla base di questi, si analizza, si pensa, si incrociano le opinioni e si vira ad una viticoltura consapevole e di precisione. È dal confronto e dall’intreccio di idee che nasce l’innovazione che è ricerca di una strada diversa, mediante il percorso di sentieri diversi, tutto è affrontato con uno spirito critico, non c’è nulla di scontato. È un lavoro di squadra, impostata su criteri scientifici: osservazione, deduzione prima di arrivare poi ad agire” commenta il manager.

Avanguardista l’indice Bigot che fornisce un metodo, un sistema per valutare in maniera oggettiva ogni tipo di vigneto, mediante 9 parametri precisi del vigneto, dalla superfice ai ceppi, dai grappoli all’età degli alberelli, su cui dare un punteggio. E, da questa matrice, la vigna è valutata da 0 a 100.

È un lodevole e sostenibile percorso di riscoperta di quel patrimonio viticolo chiamato cannonau, monica, moristellu (bovale sardo), niedda, manna, cagniulari, sforzo che consente la produzione di espressioni viticole di grande peculiarità, voce di un territorio e di una vocazione.

 

DEGUSTAZIONE

Unda 2019 – Vermentino doc
Uvaggio: 100% vermentino
Vinificazione: fermentazione con piede spontaneo in vasche di cemento e anfore in terracotta.

Il piccolo vigneto impiantato nel 2005 è sito nel comune di Riola, sulla costa dell’oristanese: sicuramente differente dai cugini di Gallura, veste un bel paglierino, caldo e luminoso. Il naso parla di Sardegna: macchia mediterranea, soffi salini, netta dote salmastra, agrumi, frutta a polpa bianca. Di sostanza al palato, è succoso e dinamico e avvolgente. Si chiude su ricordi di mandorle ed erbe officinali.

Sobi 2019 – Vino Rosso
Uvaggio: 25% bovaleddu (bovale sardo), 25% cannonau, 5% monica, 35% pascale, cagnulari, carignano, barbera
Vinificazione: fermentazione con piede spontaneo in vasche di cemento e affinamento per 8 mesi in barrique di rovere di secondo passaggio

Sobi è il frutto di un uvaggio proveniente da storici vitigni di età compresa tra i 35 e 70 anni, impiantati a Neoneli. Fondamentale è il ruolo dei venti che consentono all’aria salmastra, di accompagnare le diverse fasi di sviluppo degli alberelli. Rosso rubino intenso, al naso è esplosivo e complesso. Frutta a bacca rossa, ma anche mirto, cisto e corbezzolo. E si arricchisce con sentori di sottobosco, polvere e corteccia, leggera speziatura dolce in sottofondo. Il sorso avvolgente mostra un riuscito equilibrio, tra tannini e rimandi salini che sfumano lentamente.

Be Luna 2019 – Rosso di Sardegna
Uvaggio: 35% bovaleddu (bovale sardo), 35% cannonau, 30% monica
Vinificazione: fermentazione con piede spontaneo in vasche di cemento e affinamento per 8 mesi in barrique di rovere di secondo passaggio

Le uve sono raccolte in una vigna piantata nel 1905 nel comune di Atzara dove le diverse varietà autoctone insieme e in ordine sparso nella vigna danno vita ad un vino archetipico di biodiversità.
Il colore è granato con vivaci sfumature giovanili, l’articolata fase olfattiva, impreziosita da soffi balsamici, passa il testimone a un assaggio vigoroso e rotondo con la generosa dotazione alcolica perfettamente integrata e una batteria di tannini di grande ricercatezza.

Mari 2019 – Mandrolisai Rosso doc
Uvaggio: 35% bovaleddu (bovale sardo), 30% cannonau, 30% monica, 5% altri
Vinificazione: fermentazione con piede spontaneo in vasche di cemento e affinamento per 8 mesi in barrique di rovere di secondo passaggio

Dall’areale del Mandrolisai, le autoctone varietà sono trattate e gestite in vigna come se ne fossero una. “I vigneti sono a Ortueri, Atzara e Meana, dove abbiamo preso in affitto una cantina dismessa, l’abbiamo risistemata – spiega l’enologa – e li lavoriamo le uve per poterci forgiare della denominazione. Ci teniamo davvero tanto, è un voler credere ulteriormente nel territorio. Il sapore del Mandrolisai lo decide ogni anno il produttore, noi facciamo un vino che deve essere riconoscibile dappertutto. Quando vendemmiamo, raccogliamo il cannonau a piena maturazione tecnologica, la monica che è indietro di una settimana rispetto la maturazione tecnologica e il muristeddu che è leggermente appassito”. È questo blend tra diverse varietà, lavorate insieme in vigna e in cantina, a dare una caratteristica particolare al Mandrolisai: rubino sorprendente, il complesso profilo olfattivo, giocato sul binomio frutto-spezie, ha una componente balsamica di supporto, esprime con grande coerenza il territorio di provenienza. Il percorso gustativo regala un mirabile equilibrio tra le grassezza gliceriche e la componente acido-sapida, spalleggiata da raffinati tannini verso un lungo finale.

Susu 2019
Uvaggio:100% cannonau
Vinificazione: fermentazione con piede spontaneo in vasche di cemento e affinamento per 8 mesi in barrique di rovere di secondo passaggio

Rubino vivace, il Cannonau rivela uno spettro olfattivo ampio: bacche di mirto, speziatura gentile sfuma su sentori di ciliegia matura e pregiate confetture. Vigoroso e deciso, è arricchito da una gradevole scia sapida dal fondo iodato.