La Barbera del Sannio torna Camaiola

di Lucia Immacolata Migliaccio

Il vitigno autoctono del Sannio beneventano è tornato al suo antico nome, recuperando storia e radici.

Da Barbera del Sannio a Camaiola. Finalmente è arrivato il cambio all’anagrafe dell’autoctono vitigno di Castelvenere, paesino ubicato in un verdeggiante paesaggio collinare in Valle Telesina.

Il Sannio, nella zona nord della provincia di Benevento, è una delle aree della Campania storicamente più vocate per la coltivazione della vite. La valle ha un orientamento est-ovest ed è delimitata a nord dai monti del Matese e a sud dal rilievo del Monte Taburno denominato la Dormiente, perché assume le sembianze di una donna supina con i piedi verso la valle Caudina e la testa (Monte Pentime) verso la valle Telesina. Entrambe le aree sono tutelate dalla presenza di Parchi Regionali.

È la Campania meno nota, così diversa dalle mete patinate di Positano e della Costiera Amalfitana, di Sorrento e delle isole del Golfo, ma anche tra le più vere, dove si conservano pressoché intatti piccoli borghi antichi, campagne di uliveti centenari e vigne secolari, ancora produttive.

I terreni sono prevalentemente di natura argilloso-calcarea, con presenza di silice e arenarie; nella parte pianeggiante i suoli sono soprattutto d’origine alluvionale, mentre salendo verso le pendici delle montagne, aumenta la presenza di scheletro e di sassi bianchi calcarei. Tuttavia non mancano zone in cui sono evidenti i segni di una primordiale attività vulcanica con affioramenti di banchi di tufo, mentre il clima è fresco e continentale con notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte.

La viticoltura è di qualità, con quattro denominazioni del territorio: Aglianico del Taburno, Falanghina del Sannio (con le sottozone di Guardia Sanframondi o Guardiolo, Sant’Agata dei Goti, Solopaca e Taburno), Sannio DOC e Benevento IGT.

 

RECUPERO DI UN NOME STORICO
L’iscrizione al registro nazionale delle varietà di vite da vino della camaiola rappresenta una svolta importante, dopo tanti anni di impegno che ha consentito di affermare questo vino estremamente tipico e riconoscibile. Per anni i produttori hanno dovuto spiegare che non era barbera del Piemonte, con cui non ha nulla da spartire nonostante l’omonimia.

Il vitigno infatti per oltre un secolo è stato erroneamente accostato semanticamente alla barbera di origini piemontesi. Una confusione che si origina proprio a Castelvenere, all’alba del Novecento. Di quel periodo si trovano tracce di abbondante coltivazione di uva camaiola, che pochi anni dopo finì con legare il suo nome a quello del vino Barbera.

Sulla consistente diffusione del vitigno (e del nome) barbera piemontese ci sono più fonti e testimonianze. È una lunga storia, che si lega all’emigrazione temporanea nel Nord America di quelli che poi diventarono i primi grandi protagonisti del boom della vitivinicoltura castelvenerese, che Oltreoceano conobbero la grande notorietà del vino barbera, allora il più famoso al mondo. E si diffuse così anche la pratica dei vini “barberati”, che prevedeva la fermentazione di uve di diverse varietà sulle vinacce di barbera.

L’utilizzo della denominazione derivata dal Piemonte si legava inoltre alla necessità di quei vignaioli di distinguere il proprio prodotto rispetto al vino Solopaca, che in quei decenni andava affermandosi con forza, anche grazie al fatto che quella di Solopaca era la stazione ferroviaria da cui partivano i vini diretti al Nord e Oltralpe, dove la fillossera aveva infierito sulle vigne.

Pasquale Carlo, giornalista castelvenerese autore di ‘Vigneto Castelvenere, Vite, viti e vini’, con profonda dedizione e passione ha raccolto testimonianze e studiato, indagato e fatto luce sulle origini della ‘Barbera del Sannio’. Scrive che “la fillossera aveva distrutto ampie fette dei vigenti generando forti timori tra i produttori, tra cui i piemontesi: per rimediare ai primi danni ingenti ed alla carenza di vino, si diede il via ad una fase sperimentale che portò ad impiantare soprattutto nelle regioni del sud, le più importanti uve del settentrione, anche in Campania. E proprio quando iniziò a veicolare il nome barbera, si persero le tracce di una ‘uva per vino’, appunto la camaiola che era particolarmente coltivata a Castelvenere”. Fu così che un nome locale finì nel dimenticatoio per fare posto ad un altro, altisonante, di fama planetaria.

 

STORIE MESCOLATE
La prima testimonianza della produzione di barbera piemontese – racconta Carlo – arriva da Luigi di Cosmo, vivaista-cantiniere di Castelvenere, che nel suo Primo annuario generale vinicolo illustrato, (1921), pubblicizzava la propria attività e parlava di vigneti di barbera coltivati su ben soleggiate colline, mentre soltanto 7 anni prima, nel 1914, elencava la camaiola come la tipologia di barbatelle più venduta al suo vivaio. Quasi come una sorta di passaggio di consegne: un appropriarsi del nome di un vino che avrebbe assicurato più facili sbocchi di mercato”.

All’indomani del conflitto bellico e nei due decenni che seguirono, si puntò ancora più fortemente sul vitigno barbera, tanto che nel periodo che va dal 1964 al 1966, gli impianti presentavano numeri tali da contendersi il primato in provincia con l’aglianico.

A causarne un forte decremento, le azioni di tutela poste in essere dal Consorzio di tutela per la difesa dei vini tipici, che portò nel 1970 alla Doc per Barbera d’Asti, Barbera d’Alba e Barbera del Monferrato. Inizia un periodo duro per la Barbera del Sannio: nel 1973 quando arrivò il disciplinare di produzione della doc Solopaca in cui non fu prevista (nonostante utilizzata fino ad allora nella composizione del vino tipo Solopaca) e perché non si prestava al trasporto per via dei grappoli delicati che perdono facilmente gli acini.

Così la barbera continuò ad essere prodotta nei solo vitigni castelveneresi ed in qualche paese limitrofo, imbottigliata come vino da tavola. Un po’ di luce si iniziò a vedere con il disciplinare di produzione del vino a denominazione di origine Sannio, nel 1997.

Vitigno misterioso che ha attratto critici anche internazionali, come Jancis Robinson, Julia Harding e Josè Vouillamoz che per primi nel 2001 sancirono la distinzione tra il vitigno barbera castelvenerese e piemontese. Numerosi studi basati sull’identificazione genetica delle varietà di viti hanno confermato che l’uva erroneamente chiamata Barbera del Sannio è tutt’altra cosa rispetto alla Barbera del Monferrato ed è anche distante geneticamente dal patrimonio ampelografico campano, costituendo quindi una varietà unica.

CRISI D’IDENTITÀ
“Una crisi d’identità difficile da risolvere – commenta Carlo – perché bisognerebbe tornare indietro ai primi del 900, quando a Castelvenere iniziò ad irradiarsi forte il nome barbera, mentre si persero le tracce di un’uva, il cui nome è stato cancellato non solo dall’ampelografia locale, ma anche dalla memoria degli agricoltori: quell’uva camaiola di cui non si conoscono le origini certe e il cui nome nulla richiama nell’attuale panorama enologico nazionale. Un’uva il cui nome può esser collegato ad antichi dizionari della lingua d’Oc, identificherebbe una varietà capace di macchiare di nero, quindi un’uva dall’alto potere colorante, proprio come questa barbera, che barbera non è, utilizzata nei decenni scorsi per colorare i vini, proprietà esaltata anche con tecniche di concentrazione sul fuoco o infornata secondo l’antica tecnica detta acinata”.

Il colore è sicuramente uno dei tratti distintivi di questo vino: rosso intenso con marcati riflessi violacei. Ma è al naso e al gusto che la sua identità si palesa: decisamente floreale, con violetta e rosa in evidenza, seguono frutta rossa e del sottobosco, con note vegetali. Il sorso pieno, intenso, morbido, poco tannico, con il finale affidato al ritorno di frutta.

Parliamo di caratteristiche che lo fanno vino moderno della convivialità, dalla disarmante bevibilità, ma grande riconoscibilità e personalità. È al tempo antico, per il suo essere profondamente radicato al territorio e a varie tecniche di vinificazione, gelosamente custodite da sapienti produttori.

Finalmente, da maggio 2021, il vitigno autoctono del Sannio beneventano è tornato al suo antico nome, così come antiche sono le sue radici, profondamente radicate nel territorio sannita.
Che la camaiola possa rappresentare un calice di ritrovato ottimismo.