Doc Sicilia, tanto bio e forse troppa fretta (sul nero d’Avola)

di Giambattista Marchetto

Il Consorzio di tutela (oltre 71 milioni di bottiglie Do al 30 settembre) rilancia sulla sostenibilità e spinge il progetto SOStain. In degustazione, grillo molto omogenei e nero d’Avola in corsa.

La Sicilia è oggi la prima regione per viticoltura biologica. È un territorio che ha identificato nella sostenibilità e nel rispetto per l’ambiente le parole chiave”. Antonio Rallo, presidente del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia, indica la parola chiave del presente e del prossimo futuro per la denominazione che abbraccia l’intera regione insulare. E non si ferma qui, perché da voce consortile ci tiene a rimarcare come il sistema vitivinicolo siciliano per primo abbia saputo sviluppare un protocollo integrato di sostenibilità che nasce dal basso, dalle esigenze dei produttori e per i produttori.


Questo è SOStain, il progetto lanciato con Assovini e Fondazione SOStain. Un programma “olistico” che non si limita solo alla cura del suolo attraverso buone pratiche agricole, “ma prende in considerazione anche la sostenibilità sociale ed economica – rimarca il presidente di Fondazione Alberto Tascae si basa fortemente sullo scambio tra le aziende, così come sul confronto tra aziende e comunità scientifica. Parlare oggi di sostenibilità significa pensare a un radicale cambio di mentalità per le aziende e per tutte le organizzazioni, non soltanto per le imprese agricole o vitivinicole. Significa acquisire la consapevolezza che non esiste una contraddizione tra antropocentrismo ed eco-centrismo perché la difesa dei diritti della natura coincide con quella della vita dell’uomo. Essere ‘sostenibili’ – prosegue Tasca – implica dunque la necessità di un passo avanti, mosso da un cambiamento culturale, del comparto enologico siciliano: un passo che conduca a una nuova consapevolezza, al riconoscimento degli enormi benefici che la sostenibilità porta con sé e a un sistema decisionale veloce, in grado rispondere prontamente alle quotidiane problematiche di ogni impresa”.

Nell’ambito di SOStain è stato redatto un programma per la certificazione della sostenibilità per enologia e viticoltura siciliana articolato in dieci requisiti da rispettare – dal vigneto sostenibile senza chimica al peso delle bottiglie, dall’efficienza energetica ai residui nei vini – le cui linee guida integrano il Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata (Sqnpi) e il Programma Viva, centrato su aria, acqua, vigneto e territorio. Al momento SOStain conta 23 aziende aderenti, ma il network si sta allargando velocemente.

GRANDE, BIO E IN CRESCITA

Con quasi 98 mila ettari, il vigneto siciliano è il più grande d’Italia, in Europa ha la stessa estensione del vigneto tedesco e nel mondo misura tre volte il vigneto della Nuova Zelanda, superando addirittura quello sudafricano.
Oggi la Sicilia è anche la prima regione in Italia per superficie vitata in biologico, con oltre 30mila ettari. Una superficie che corrisponde a tre volte il vigneto biologico del Veneto, al doppio di quello toscano e a quasi il doppio del vigneto bio della Puglia. La Sicilia è quindi la più grande zona vitivinicola biologica in Italia, pari al 34% della superficie bio italiana.

I produttori siciliani che oggi producono uve biologiche sono il 22% e se nel 2018 il numero di bottiglie bio Doc Sicilia ha raggiunto quota 8.293.085, superando i 10 milioni nel 2019, nel 2020 nonostante la flessione di produzione è stato pari a 9.807.003 (10,82% del totale di bottiglie prodotte). Quest’anno, con dati aggiornati al 30 settembre, la Doc Sicilia ha prodotto un totale di 9.182.800 di bottiglie bio, che corrisponde al 12,9% delle bottiglie del 2021: arrivate a quota 71.169.733, sempre al 30 settembre.

IL TEMPO DELL’IDENTITÀ

Impegnato sul fronte della sostenibilità, il Consorzio Doc Sicilia guarda con attenzione anche al fronte qualità. “Da sempre la missione del Consorzio è rafforzare l’identità dei vini siciliani, migliorandone la qualità, l’immagine e il posizionamento sul mercato – rimarca Rallo – Il progetto a sostegno del “Vigneto Sicilia” diventa quindi per noi centrale per lo sviluppo dell’enologia siciliana”. E nell’impegno quotidiano a fianco dei quasi 8mila produttori a cui il Consorzio offre supporto e assistenza, un percorso di evoluzione si percepisce.

Dagli assaggi (numerosi) ai tavoli di degustazione a Palermo emergono alcune espressioni interessanti da vitigni internazionali, ma la grande attenzione sugli autoctoni – grillo e nero d’Avola in primis – porta a una riflessione più ampia. Rispetto al vitigno a bacca bianca si può concentrare l’attenzione sul nodo identitario, rispetto alla bacca rossa il ragionamento verte sul tempo.

GRILLO IN CERCA DI NOTE DISTINTIVE

Il Grillo è storicamente diffuso nel territorio di Trapani, dove costituisce il vitigno base per produrre i Marsala. Entra poi a far parte di altre denominazioni della Sicilia centro-occidentale e in questi ultimi anni, grazie alle sue caratteristiche qualitative, si sta diffondendo anche in altre aree della regione per la produzione di vini bianchi. La morbidezza e la spinta aromatica tendono a farne un vino piacevole e il rischio, talvolta, è di renderlo troppo “semplice”. Pur non essendo esaustiva rispetto al panorama produttivo siculo, dalla degustazione di un ampio numero di referenze emerge una diffusa tendenza alla omogeneità. Il profilo aromatico tra agrumi, spezie leggere e sentori floreali permane in maniera orizzontale e se è vero che, in quest’ottica, si può dire che i produttori tendano a rispettare la natura del vitigno, dall’altro sono pochi quelli che (in positivo) restano impressi per un approccio stilistico peculiare.

Se il Mozia di Tasca e l’Altavilla della Corte di Firriato spiccano per pulizia, si distinguono i grillo di Baglio del Cristo nella macerazione e quello di Anabasis (lo scomposto ma peculiare Aretè, frutto di una lavorazione in cemento). Le due espressioni più convincenti sono però Haermosa 2019 di Masseria del Feudo e soprattutto il Bertolino Soprano 2018 di Mandrarossa-Settesoli, un bianco che utilizza bene il tempo trascorrendo un mese in cemento e 11 in botte grande, raggiungendo una complessità senza troppi arrotondamenti che il grillo può egregiamente permettersi.

AL NERO D’AVOLA SERVE TEMPO

Sul fronte del Nero d’Avola, invece, emerge una notevole varietà di espressioni, anche se in più casi con interpretazioni non strettamente rispettose del vitigno – viene da chiedersi se l’utilizzo di legni molto invadenti per vini subito in vendita sia in alcuni casi una scelta di gusto o di mercati – e comunque con la tendenza a uscire frettolosamente in distribuzione. Pur non avendo una spiccata acidità, il nero d’Avola ha comunque una struttura tannica e una componente aromatica che in vini giovanissimi, pur puliti e netti, non rende giustizia al lavoro in cantina.

Ecco allora che i nero d’Avola 2020, quando l’acciaio ha mantenuto il frutto integro, risultano ancora scomposti e imprecisi (forse con l’esclusione dello Sherazade di Donnafugata), mentre spostandosi sul 2019 si scopre che con un anno in più anche i legni più piccoli possono essere integrati meglio – è il caso di Tasca, Planeta e forse Firriato – anche se la verticalità risulta più interessante nei vini che hanno fatto cemento e tonneau (lo Spaccaforno di Riofavara) o solo acciaio (il Nenè di Fondo Antico e Laltravigna di Intorcia). Spingendosi oltre, il tempo è amico per il Gurgo 2018 di Paolini (botte grande e cemento) e soprattutto per il Terre del Sommacco 2017 di Mandrarossa-Settesoli (che matura 8 mesi in cemento, 19 in botti grandi e 8 mesi in bottiglia), ma anche per il Besi 2016 di Assuli (18 mesi in botte grande e 6 in bottiglia) e per il biodinamico Sensinverso 2016 di Abbazia Santa Anastasia vinificato in cemento (poi 36 mesi in botti grandi e 12 mesi in bottiglia). Vien da pensare che l’attesa paghi…

Merita una menzione un’altra piacevole espressione di nero d’Avola: il metodo classico pas dosé di Principi di Butera, un Blanc de Noirs croccante e nient’affatto scontato.

 

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