Il Recioto attraverso i calici di Giuseppe Quintarelli

di Eugenia Torelli

Dal Vinitaly Special Edition, cronache di una degustazione irripetibile, voluta dal Consorzio Valpolicella per celebrare il vino più antico della denominazione.

Oltre 2mila anni di storia e un profilo – quello del passito dolce – che oggi non lo rende un vino tra i più ricercati sul mercato, ma sicuramente una di quelle chicche celebrate dagli appassionati, sul territorio veronese e non solo. Girando tra le cantine della Valpolicella, non c’è un produttore che non dichiari il proprio affetto per il Recioto.
In occasione della Vinitaly Special Edition di Veronafiere (17-19 ottobre scorsi), il Consorzio Tutela Vini Valpolicella ha deciso di celebrarlo attraverso una verticale di tre etichette storiche firmate da proprio da Giuseppe Quintarelli, mostro sacro del panorama enoico veronese e – è il caso di dirlo – italiano. 2004, 1997 e 1988 le annate in una degustazione guidata dall’esperto Jean Charles Viens e accompagnate dal racconto dei nipoti del ‘Bepi’, Francesco e Lorenzo Quintarelli, oggi impegnati a fare rivivere in bottiglia valori e vision di colui che è stato definito il padre putativo della denominazione.
“Il lavoro in vigna di produttori come Giuseppe Quintarelli – ha detto il presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella, Christian Marchesini – è stato fondamentale per riportare alla luce caratteristiche e peculiarità che oggi lo rendono uno dei prodotti più caratteristici e apprezzati. Per questo il Consorzio, assieme a tutti i soci, ha voluto ricordare ‘il Bepi’ e il suo Recioto a quasi dieci anni dalla scomparsa, quale simbolo della ripartenza”.

Una lunga storia
Unico vino dolce prodotto in Valpolicella, il Recioto è l’antenato dell’Amarone e ha origini antichissime, che risalgono all’epoca romana, quando dei vini della zona, molto amati dalle élite romane, parla Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historiae chiamandoli “vini retici”. Verso la fine dell’Impero è invece Cassiodoro a scriverne, descrivendo il metodo di produzione di un vino, l’”acinaticum”, che si avvicina molto a quello dell’odierno Recioto. La vite continua a essere coltivata in Valpolicella anche nel Medioevo, soprattutto per volere della Chiesa, e la tradizione prosegue con l’aiuto dei commerci della Serenissima. Alla fine del XVI secolo è Andrea Bacci, autore del “De naturali vinorum historia”, a ricordare i vini veronesi, citando proprio Cassiodoro, mentre alla fine dell’800 si parla di “recchiotto” nel testo “La provincia di Verona e i suoi vini” di Giovanni Battista Perez, che testimonia la produzione di un vino dolce e corposo, richiesto dal mercato ma a quanto pare meno apprezzato dagli enologi. L’origine del nome è attribuita al termine dialettale “recia” (orecchio), con riferimento alla parte superiore dei grappoli, da cui in fase di vendemmia si preferiva selezionare gli acini per l’appassimento.
Nel giro di qualche decennio, avrebbe iniziato a emergere l’Amarone, destinato a mettere in ombra l’antenato dolce.

Il Recioto oggi
Doc dal 1968 e Docg dal 2010, il Recioto della Valpolicella è prodotto in quantità estremamente contenute rispetto agli altri vini della denominazione. Per avere un’idea, si possono prendere in considerazione i dati di sulle fascette distribuite nel 2020 per i vini della Valpolicella, diffusi con l’ultimo Valpolicella Annual Report dal Consorzio di Tutela. Quelle di Recioto superano di poco lo 0,5% sul totale (341.140 fascette, rispetto a 17,4 milioni per Valpolicella e Valpolicella Superiore, quasi 31,5 milioni per il Ripasso e 15,3 milioni per l’Amarone).
Come l’Amarone, il Recioto è ottenuto da uve poste ad appassire dopo la vendemmia per circa 100-120 giorni. I vitigni previsti dal disciplinare sono corvina e/o corvinone tra il 45 e il 95%, rondinella tra il 5 e il 30% e varietà a bacca rossa non aromatiche ammesse nella provincia di Verona fino a un massimo del 25%. Dopo la pigiatura, la fermentazione viene arrestata per conservare un adeguato contenuto zuccherino. Può quindi seguire l’affinamento in legno e in bottiglia, per ottenere un vino dolce, ma – nei migliori dei casi – caratterizzato dall’acidità tagliente e dalle sfumature speziate tipiche delle uve della zona. Meno diffusa e poco conosciuta, ma ugualmente prevista dal disciplinare, è la versione spumante.

APPUNTI DA UNA DEGUSTAZIONE IRRIPETIBILE
Struttura, complessità, ma soprattutto la capacità di resistere alla prova del tempo. È ciò che emerge dagli assaggi dei Recioto di Giuseppe Quintarelli e forse è proprio questa la scommessa – vinta a mani basse – del Consorzio: mettere in evidenza le potenzialità di un vino che probabilmente resterà di nicchia, ma senza niente invidiare ai più grandi e rinomati vini rossi da invecchiamento del mondo (Amarone compreso). Quale carta migliore quindi da giocare per l’immagine del territorio, se non il più grande interprete delle sue uve e dei suoi vini.

Giuseppe Quintarelli – Recioto della Valpolicella Doc 2004, 1997 e 1988
Freschezza, struttura e ampiezza aromatica e gustativa sono la costante nei calici. Al naso si va dalla ciliegia in composta e dai toni balsamici più freschi, di menta e cardamomo e dalle sensazioni di tè nero e pepe dell’annata 2004, alle sfumature più dolci e intense di conserva di prugne, mandorle tostate, cacao e anice dell’annata 1997. Nella 1988, si aprono lentamente sentori più evoluti di mora e prugna essiccata, che fanno spazio a note di sottobosco e di sandalo, goudron, noce moscata e accenni di fave di cacao appena tostate.
Al palato il Recioto 2004 è ancora una lama, che bilancia lo zucchero con un gusto avvolgente e dai ritorni speziati. L’equilibrio perfetto si raggiunge nell’annata 1997, un sorso lievemente più morbido e dolce, che contrasta molto bene l’acidità, tra richiami di marzapane e pan pepato. Il 1988 è un’esperienza. C’è ancora al palato una tensione affilata, che porta con sé sensazioni di tamarindo e pepe nero. Il sorso è lunghissimo, lo zucchero non appesantisce e si amalgama con un corpo vellutato e con la morbidezza lieve dei tannini.

Consigliati