Semaforo rosso per il Nutriscore

di Carlo Spagnolo

L’opposizione italiana trova inattesi sostenitori in Francia e Spagna, i cui governi sono ormai pronti a sposare la linea del No.

Si rafforza il fronte NO-Nutriscore, con l’opposizione italiana che sembra aver trovato i voti necessari a bloccarne la discussione in seno all’Unione Europea. Spagna e Francia sono infatti intenzionate ad abbandonare al suo destino l’etichetta a semaforo, a causa della crescente protesta interna.

Proposto dalla stessa Francia nell’ambito della strategia Farm to Fork, con cui la UE vorrebbe proporre un unico sistema di etichettatura nutrizionale obbligatorio, il Nutriscore punta a suddividere i prodotti alimentari in cinque categorie, sulla base di un punteggio calcolato da un algoritmo che sottrae dal valore totale degli elementi considerati sfavorevoli, quali energia, acidi grassi saturi, zuccheri semplici, sodio, quello degli elementi favorevoli, come frutta, verdura, leguminose e oleaginose, fibre, proteine. Gli alimenti con punteggi molto bassi e, quindi, con preponderanza di elementi favorevoli, sono assegnati alla categoria A (verde), mentre quelli con i punteggi più alti sono assegnati alla categoria E (rosso).

Una prospettiva da subito avversata dall’Italia, contraria, nelle parole del ministro per le politiche agricole Stefano Patuanellia mettere un colore al cibo, che non è sano o insalubre in quanto tale. Occorre fare un ragionamento più ampio sulle diete, sull’utilizzo delle proteine animali e dei grassi, ma sempre in modo consapevole ed equilibrato. Non esiste un cibo che di per sé può avere un bollino rosso, arancione o verde. Pensare di dare un valore al cibo con una porzione standard da 100 grammi è assurdo perché non consumo 100 ml di olio d’oliva con la stessa frequenza con cui bevo 100 ml di Coca-Cola”. Posizione sostenuta da Ivano Vacondio (Federalimentare), secondo cui il “Nutriscore non si basa su un principio scientifico, ma fa perno su profili nutrizionali e su algoritmi che non sono riconosciuti dalla scienza e che puntano a discriminare questo o quel cibo specifico. La più diffusa e consolidata letteratura scientifica, invece, sottolinea che non esistono cibi buoni o cibi cattivi, ma solo diete più o meno equilibrate e che ogni cibo può entrare a far parte di una dieta equilibrata nella giusta misura”.

 

 

A confermare questo impianto critico è intervenuta infine anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che ha aperto otto istruttorie sul sistema a semaforo nei riguardi di società italiane, francesi e tedesche. Il timore evidenziato dall’Autorità è che “il Nutriscore, in assenza di adeguate avvertenze, venga erroneamente percepito come valutazione assoluta sulla salubrità di un determinato prodotto, che prescindono dalle esigenze complessive di un individuo (dieta e stile di vita), dalla quantità e dalla frequenza di assunzione all’interno di un regime alimentare variegato ed equilibrato”.

Sui cugini d’oltralpe il vento del cambiamento è soffiato durante il summit Draghi-Macron, nel corso del quale hanno manifestato la volontà di retrocedere “da quell’idea malsana di dare un colore al cibo e di etichettarlo per buono o cattivo senza un metodo scientifico reale” come riporta il ministro Patuanelli, che ha trovato degli involontari alleati nei produttori di formaggio transalpini, potente lobby decisamente contraria al progetto. Partendo dall’assenza di metodo scientifico il Think tank Competere.eu ha mosso le sue critiche all’algoritmo usato dal Nutriscore, colpevole a suo dire di valutazioni arbitrarie dei nutrienti contenuti nei cibi e di una distinzione tra alimenti positivi e negativi contraria alla letteratura scientifica.

E il rischio esiste nella misura in cui l’algoritmo considera le patatine fritte più salutari di un cucchiaio di EVO. Una riabilitazione delle french fries difficile da comprendere per un paese che ha fatto dell’olio extravergine di oliva un simbolo del Made in Italy di qualità. David Granieri, presidente Unaprol, giudica il Nutriscore alla stregua di “un vero e proprio attacco organizzato ai prodotti di qualità simbolo del Made in Italy, in barba a qualsiasi evidenza scientifica, oltre che al buon senso. Non possiamo accettare che venga svilito un prodotto simbolo della Dieta Mediterranea, unanimemente considerato un farmaco naturale per le sue qualità antinfiammatorie e antiossidanti”.

La dimensione di questo rischio la fornisce la Coldiretti, secondo cui l’85% dei prodotti Dop o Igp nazionali sarebbero bocciati dal Nutriscore. Lunga la lista di ‘eccellenze’ che secondo l’associazione rischierebbe di sparire “se dovessero affermarsi le nuove etichette a colori che escludono paradossalmente dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta”.

 

 

Sempre sull’olio di oliva si è giocata la partita in Spagna, dove l’opposizione, tra gli altri, degli olivicoltori ha spinto il ministro spagnolo ad assumere una posizione che lo stesso Patuanelli descrive di “profonda criticità rispetto al Nutri-score”.

Sarebbe questa una convergenza verso le posizioni del No che spegnerebbe le luci del semaforo alimentare aprendo, forse, la strada al più gradito Nutrinform Battery. Si tratta di un sistema basato sull’indicazione quantitativa del contenuto di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale per singola porzione, in rapporto al fabbisogno giornaliero raccomandato al consumatore e non guardando, come fa il Nutriscore, al contenuto in 100 gr o ml.