Brunello di Montalcino, l’anteprima schiva la success syndrome

di Giambattista Marchetto

L’anticipo delle degustazioni dell’annata 2017 (e delle Riserva 2016) sposta il focus della comunicazione e guarda al mercato (senza stelle). Ecco le ‘selezioni’ di VinoNews24.

Era difficile uscirne bene. Dopo due annate come 2015 e 2016, che a più riprese sono state indicate come ‘storiche’ e che con le rispettive 5 stelle – oltre che con i punteggi di Suckling & Co – hanno trainato il mercato in tempo di Covid, il Brunello di Montalcino si presentava alla prova del 2017 in bottiglia con un grande punto di domanda.

Non mancavano i pregiudizi – ammessi ex post da molti giornalisti e operatori – eppure i primi assaggi dagli ultimi sprazzi di botte non sembravano preludere la malparata. Sarebbe esagerato definire la 2017 come una “grande annata”, eppure i valori erano molto buoni in partenza.

In effetti la domanda che serpeggiava tra operatori e comunicatori dopo l’eccellente 2016 era legittima: cosa riserverà il futuro? La risposta era nel bicchiere al trentesimo Benvenuto Brunello, il terzo in meno di nove mesi nel 2021, il primo influenzato dagli strascichi della pandemia, eppure già con lo sguardo al post. E nel nuovo calice voluto dal Consorzio per accogliere il rosso italiano più conosciuto nel Belpaese (secondo il report Wine Intelligence) si è scoperto che questo millesimo non è proprio da buttare.

Ecco lo scarto strategico (volontario o meno) che il Consorzio ha conseguito anticipando l’anteprima e – bada la finezza – posticipando l’assegnazione delle stelle al 2022. Una mossa da manuale, perché sparigliando le carte è riuscito a evitare di patire la success syndrome dopo l’impennata della domanda per biennio d’oro (+53% sul quinquennio le bottiglie immesse sul mercato).

E allora il Brunello continua la corsa, la domanda è tumultuosa e i valori lievitano – in vigna e in cantina. Ne beneficia una galassia di 218 aziende produttrici, che attualmente porta sul mercato circa 14 milioni di bottiglie (9 di Brunello e 4 di Rosso di Montalcino), per il 70% destinate all’esportazione.

BRUNELLO 2017, PREDESTINATO CADETTO
La premessa è d’obbligo e quasi scontata: il Brunello di Montalcino ha bisogno di tempo in bottiglia. L’anteprima novembrina è sicuramente azzeccata, perché allinea temporalmente degustatori e media italiani ai big della critica internazionale, ma come contropartita si assaggiano vini ancora scomposti, a tratti arruffati, in cerca di un’identità. Dei teenager che chi conosce la trama (tannica e non) dei vini di Montalcino riconosce come potenziali fuoriclasse o, a volte, come mediocri impiegati nell’élite del vino italiano.

Non sono mancati assaggi da storcere il naso, tra vinosità sgarbate, tannini grossolani e brett pronunciati. L’annata calda e siccitosa ha spinto il calore e in qualche caso si è manifestato l’effetto bustina da tè, con conseguente deriva boisé. Eppure va riconosciuto un fascino intrigante a questo millesimo predestinato ad essere cadetto che, come è avvenuto per l’annus horribilis 2014, potrebbe riservare sorprese per chi cerca Brunello meno scontati. Molti hanno scritto che probabilmente queste bottiglie non dureranno, ma non è detto che la scommessa venga vinta stappandole tra vent’anni (il Brunello – bontà sua – stupisce ancora e spesso).

Non è facile uscire dal generale, ma qualche etichetta – le selezioni o vigne, soprattutto – che all’assaggio ha mostrato una bella stoffa merita una segnalazione. Alcuni nomi sono conferme alle aspettative: il Brunello di Le Chiuse e quello di Casanova di Neri sono ineccepibili, mentre il Pianrosso di Ciacci Piccolomini d’Aragona, il Vigna Loreto di Mastrojanni e il Vigna del Fiore di Fattoria dei Barbi giocano di continuità (con una prontezza in bottiglia che spicca). Emerge una bella continuità nel lavoro di affinamento per i Brunello annata di Padelletti e Pietroso, più austeri e incisivi, di Casisano, Franco Pacenti e Cava d’Onice che si distinguono per una eleganza quasi semplice, di Poggio di Sotto che nasconde potenza in un corpo compatto, di Poggio Landi e di Argiano in gran forma (in attesa di assaggiare il Vigna del Suolo). Da segnalare infine alcune sfumature intriganti tra gli assaggi, come il gioco tra corpo e tensione acida del Marrucheto di Banfi, i sentori austeri di cuoio e tabacco nell’AD 1441 di Castello Tricerchi, i toni lievemente ossidativi del Manapetra di Fattoria La Lecciaia, la sobrietà del Paesaggio Inatteso di Camigliano, Le Pope di Verbena e il Piero di Talenti nonostante una decisa spinta alcolica.

RISERVA 2016 NON SCONTATA
C’era grande attesa invece per la Riserva 2016. L’attesa di un anno di affinamento in più rivela come non sempre basti un’annata eccellente per fare una riserva altrettanto eccellente. È decisamente troppo presto per dare giudizi definitivi e tranchant, ma va registrato un divario significativo tra chi ha saputo accompagnare il vino verso un’evoluzione destinata a protrarsi con gran classe e chi invece (almeno al momento dell’assaggio delle referenze) ha presentato una Riserva all’apparenza già un po’ spenta oppure a volte ‘fuorigiri’.

Molto probabilmente i pezzi dei puzzle andranno ad assestarsi nei prossimi anni in bottiglia, ma in anteprima alcune espressioni della più esclusiva versione del Brunello lasciavano qualche dubbio.

Tra gli assaggi di Brunello di Montalcino Riserva 2016 spiccano dunque nomi solidi come La Gerla e Fattoria dei Barbi, che bilanciano l’impronta tradizionale con una tonicità dallo scatto balsamico, l’eleganza compatta di Ciacci Piccolomini d’Aragona e Poggio di Sotto (forse il migliore su piazza), per chiudere con il sorso composto eppure ‘contemporaneo’ di Padelletti e Sanlorenzo. Direttamente fuori competizione la Riserva Diecianni 2012 de Le Chiuse, un vino che ha una vita intima da svelare (e stappare) ora come tra qualche decennio.

IL ROSSO 2020 CHE SI FA GODERE
Tannini composti, spesso setosi, quasi mai banali. E un sorso capace di offrire verticalità e scorrevolezza, piacere puro. In generale, il Rosso di Montalcino 2020 si presenta come una bella, profonda, godibile annata da stappare senza ritegno il giorno dopo l’immissione sul mercato e probabilmente anche tra qualche anno (non troppi).

Tra gli assaggi a Benvenuto Brunello si distinguono per intensità di frutto Caprili e La Magia, per nitida profondità l’eccellente Casanova di Neri e per vivacità quasi provocante il figlio del ‘padre’ di tutti i Rosso, Tiezzi.

Non poche le cantine che hanno portato ai banchi d’assaggio anche le uscite ritardate e, come specchio di un’annata 2019 (lo si sapeva dall’anteprima di marzo) più affilata ed elegante, meritano una menzione il Rosso di Albatreti e il Banditella di Col d’Orcia per la vivacità, i Rosso 19 di Lisini, Padelletti e Ridolfi per una capacità di equilibrio e linearità che lasciano… il calice vuoto.

 

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