Il ‘gioiello’ per Cinquant’anni di Sagrantino firmato Caprai

di Lucia Immacolata Migliaccio

L’azienda di Montefalco che per prima si è spinta nella ricerca per la valorizzazione del vitigno esce con una nuova etichetta (firmata dal team di Rolland).

In Umbria, al centro della valli del Clitunno, del Topino e del Tevere, c’è un colle suggestivo dove ci si può completamente dimenticare che esiste un tempo dettato da regole e dove lo spazio reale sconfina in quell’idea di sublime raffigurata a due dimensioni negli affreschi di Benozzo Gozzoli. Pervasa da un fascino medievale ancora inalterato, Montefalco è circondata dalle vigne più famose della regione, quelle del sagrantino, da almeno 500 anni.

Non si conosce con certezza l’origine del vitigno, portato forse dai frati francescani dall’Oriente ad Assisi, eppure, camminando per le vie del paese, si ha l’impressione che questa varietà sia nata qui e qui sia sempre stata, tanto profondamente integrata nei luoghi: a ornare le entrate delle case, a rinverdire le piazzette, a testimoniare una vocazione viticola che si perde nella notte dei tempi.

La radice etimologica latina sacer, conduce alla sacralità del vino, che nasce importante, molto probabilmente utilizzato per le feste religiose, specie durante il rito dell’eucarestia, nella sua versione dolce.

Passito che ha ragion d’essere nelle caratteristiche delle dimensioni, piuttosto piccole, dei suoi acini e che quindi, per natura, non riescono a dare raccolte abbondanti, ma d’altra parte sono ricchi di tannini e complessivamente possiedono un tenore in polifenoli fuori dall’ordinario. Questi essendo fra i “responsabili” del colore, dell’aroma e del corpo del vino, risultano in tali dimensioni difficili da educare e, la versione dolce ne rendeva più “facile” l’addomesticamento.

LA RICERCA SUL SAGRANTINO
Fu Arnaldo Caprai uno dei primi a sperimentare il modo di produrre un sagrantino secco, accessibile e utilizzabile anche su altri tipi di tavole producendo nel 1979 la prima bottiglia.

All’interno delle mura medievali di Montefalco e in vecchi impianti abbandonati, Marco Caprai, figlio di Arnaldo, con Leonardo Valenti, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, negli anni Ottanta iniziò un percorso di ricerca sulla selezione clonale e lo studio del patrimonio genetico varietale di progenie del vigneto, cercando di recuperare il più possibile quella variabilità naturale andata persa. Era infatti un momento difficile per il sagrantino che rischiava l’estinzione: se ne contavano circa 10 ettari perché si preferivano merlot, cabernet o sangiovese, e a volte il “vino sacro” era utilizzato per la realizzazione di vini da taglio. Vennero individuati i tre cloni migliori e si capì che la forma più adatta di allevamento era il cordone speronato.

Io subentro in azienda poco dopo il periodo del metanolo: ho avuto la fortuna che peggio non potevo fare – sorride Marco Caprai – Da quel momento, un po’ sulle parole di Veronelli, si iniziò ad abbandonare la vendita dei vini sfusi (distruzione del valore delle nostre campagne) per imbottigliare e invecchiare con tecniche enologiche più corrette. Una vera e propria una corsa all’eccellenza, un rinascimento del vino italiano: nessun settore avrebbe mai potuto reggere una crisi così drammatica dei consumi se non avesse scelto la via virtuosa della qualità”.

CINQUANT’ANNI DORATI
Caprai jr. subito intuì quale sfida sarebbe stata dare lustro nel mondo ad una varietà, il Sagrantino, sconosciuta, che si produceva solo in quel territorio. Capì anche di avere in mano un gioiello da sgrossare e cesellare. “Con il passaggio dalla doc alla docg, la critica iniziò ad accorgersi di questo straordinario vino – evidenzia – e i 25 anni del Montefalco Sagrantino sono una piccola vittoria per tutto il territorio. Abbiamo fatto cambiare quello che era il sentimento verso il sagrantino”.

Per celebrare quel ‘gioiello’, una foglia d’oro è l’etichetta della special edition Cinquant’anni, che rappresenta il secondo anniversario del percorso di valorizzazione del vitigno, del territorio e delle risorse umane. L’artista Paolo Canevari ha tratto ispirazione dallo Sposalizio mistico di Santa Caterina di Alessandria e i santi Bartolomeo, Francesco, Lucia e angeli di Benozzo Gozzoli, datato 1466 e conservato nel Museo Francescano di Montefalco.

Quando Marco mi ha chiesto di fare l’etichetta – spiega il Canevari – per me è stato qualcosa di nuovo e anomalo. Sapevo di non volerla fare esplicativa del contenuto, ma per dare valore all’oggetto della bottiglia senza farlo diventare poi in definitiva un’opera d’arte a sé. Sapevo quindi di voler lasciare l’etichetta come segno distintivo di una idea della bottiglia senza farla diventare un oggetto diverso da quello che poi deve essere il suo utilizzo, cioè contenere qualcosa di prezioso, come il vino”.

VINIFICAZIONE ‘INTEGRALE’
Il vino (la prima bottiglia a uscire sul mercato sarà del 2016, un’ottima annata in Italia) è firmato da Michel Rolland, che ha apportato in azienda un cambio di filosofia nella produzione. L’intenzione è quella di rendere il vino seducente, smussandone le peculiari ruvidità e preservandone il carattere: modellare e migliorare la personalità, favorendone al contempo le naturali inclinazioni.

Con Rolland abbiamo scoperto il sagrantino 7 anni fa – dice il suo collaboratore Julien Viaud – e siamo rimasti stupiti dal carattere e dalle complesse sfaccettature. Con un prodotto del genere, il lavoro dell’enologo passa in secondo piano. E per consentire al vitigno e terroir di esprimersi abbiamo adottato la tecnica della vinification integral: una pratica artigianale di vinificazione dell’uva intera in barrique”.

Nuove, di rovere francese, le barrique sono aperte in verticale e gli acini interi di grappoli perfetti sono posti all’interno con anidride carbonica e ghiaccio secco. In vigna, sono scelte le uve migliori di ogni parcella e ciò consente di avere una variabilità altissima che al momento dell’assemblaggio fornisce tutte le diverse sfaccettature dell’annata.

Poi, c’è poi il processo di infusione – spiega Viaud – per cui non lavoriamo di estrazione, ma lasciamo appunto le bucce in infusione con il mosto e, per circa un mese eseguiamo una sorta di remouage (rotazione della barrique sull’asse orizzontale), 2-3 volte al giorno, delicatamente. Questo consente alla parte liquida di bagnare la parte solida che resta sempre immersa nel vino”.

Soltanto successivamente le barrique sono manualmente riaperte, svinate per caduta e il vino è lasciato affinare prima in barrique nuove per due anni e poi in bottiglia per altri due prima di essere immesso sul mercato.

NOTE DI DEGUSTAZIONE

Cinquant’anni – Montefalco Sagrantino special edition 2016
Uvaggio: 100% sagrantino
Vinificazione integrale in barrique con macerazione prefermentativa a freddo. Macerazione post-fermentativa a caldo cui segue infusione delle vinacce con remuage manuale
Affinamento in barrique nuove per due anni cui seguono ulteriori due di bottiglia

Rubino denso, articolato e complesso nel bouquet di frutti di bosco, ciliegie mature, marasca, che in seconda battuta lasciano il campo a percezioni di salvia, spezie e cacao. Pieno e strutturato, i tannini sono dolci, abbastanza larghi e vellutati. Lunga è la persistenza gustativa, durante la quale si gode una leggera speziatura.
Un vino aristocratico ed ammaliante, che resisterà alla prova del tempo, lasciandolo riposare in cantina.

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