Pievalta, tre versanti di verdicchio per Barone Pizzini

di Eugenia Torelli

Degustazione di quattro espressioni di verdicchio dell’azienda in località Maiolati Spontini, dove l’evoluzione in cantina parla di cemento e legni grandi.

In vigna la scelta biodinamica e in cantina un approccio che non ha paura di far familiarizzare il vino con l’ossigeno, né di giocare con le macerazioni. Detta così può suonare “sauvage”, ma non è affatto il caso di Pievalta, la tenuta di Barone Pizzini sui colli dei Castelli di Jesi, nelle Marche.

Qui col verdicchio si è stabilito un vero e proprio dialogo. Si parla di vigore acido, profumi puliti e silvani, strutture rette dalle durezze e, in qualche caso, anche da un velo tannico che sfiora il sorso come un tocco di grazia.

OBIETTIVO VERDICCHIO
Lavoravo da Barone Pizzini e dove c’era bisogno io andavo. Poi mi è stato affidato il compito qui e ho fatto una scelta di vita”. Alessandro Fenino è il direttore di Pievalta e conduce l’azienda assieme a Silvia Loschi, compagna di lavoro ma anche di vita.

Milanese, Fenino ha cominciato a seguire l’azienda fin dall’acquisto dei primi terreni nel 2002. “Inizialmente si trattava di 24 ettari, poi dopo 5 mesi se ne sono aggiunti altri 5. L’obiettivo era il Verdicchio”, racconta. E ha continuato a esserlo, tanto che oggi la maggior parte della produzione è orientata verso il grande autoctono bianco marchigiano.

TRE VERSANTI IN BIODINAMICA
Oggi le vigne di Pievalta coprono 32 ettari, dislocati in tre zone differenti. La cantina si trova a Maiolati Spontini in località Monte Schiavo, nel cuore dei Castelli di Jesi e deve il suo nome alla piccola pieve posta all’ingresso della proprietà. Qui, su terreni argilloso-calcarei, si trovano circa 14 ettari di verdicchio e un ettaro e mezzo di montepulciano, suddivisi in sette parcelle, ciascuna gestita singolarmente. Altri 4 ettari e mezzo si trovano a Montecarotto, in contrada Busche su un suolo di arenaria e argilla con infiltrazioni di creta particolarmente vocato, da cui proviene il Veridicchio ‘cru’ Dominè. Il terzo appezzamento si trova a Montefollonica, su due versanti differenti: quello di San Paolo di Jesi, caratterizzato da arenarie silico-calcaree e marne mediamente argillose, che dà la luce al Verdicchio Riserva, e quello di Cupramontana, dalle forti pendenze su suoli che vanno da vari tipi di argille alle marne e i calcari.

Dal suo ingresso la nuova proprietà ha puntato a preservare i vigneti preesistenti più vocati, reimpiantando dove necessario. Oggi le vigne più vecchie sono del ‘65 e del ‘70, mentre i primi nuovi impianti risalgono al 2007 e gli ultimi saranno terminati per questa primavera. Gli appezzamenti più in basso, nelle zone di fondovalle, sono stati dedicati ad altre colture. Il primo passo è stato il biologico, poi “il passaggio alla biodinamica è stato quasi naturale”, dice Fenino.

Dal 2009 è entrata in produzione la cantina aziendale, realizzata nel vecchio frantoio della tenuta e anche la casa colonica è stata risistemata, con cinque stanze uso foresteria.

TRA OSSIGENO E MACERAZIONI
In cantina si pressa direttamente l’uva intera e il pied de cuve si ottiene da lieviti indigeni. Ogni passaggio è il frutto di prove per testare le reazioni del verdicchio, con l’intento di evitare il più possibile l’impiego di solforosa. “Il mosto viene iperossidato per poi evitare l’impiego di troppa solforosa – spiega Alessandro Fenino. I vini non vedono solforosa fino al primo travaso, poi se ne utilizza in minor quantità possibile, per arrivare a una totale di 20-25 mg/l. Alla fine in bottiglia si resta sotto i 50 mg/l”.

Poi la ricerca sulle macerazioni. “Non vedevo la macerazione come una pratica adatta alle uve verdicchio, poi mi son dovuto ricredere”, racconta Fenino. “Ero stato a visitare Gravner e all’inizio ho voluto provare a fare quello che faceva lui, ma dopo alcune prove ho capito che non andava bene per le nostre uve. Il tannino restava troppo pronunciato. Dopo un nuovo viaggio in Friuli nel 2019, ho capito meglio alcune dinamiche e ho elaborato una macerazione più delicata”. Oggi questo procedimento è seguito per il Verdicchio Dominé, che acquisisce così maggior struttura e carattere.

Gli affinamenti vengono svolti in cemento vetrificato e in botte grande per Verdicchio Riserva e il Verdicchio Classico Superiore. Il legno piccolo viene utilizzato per il passito e per il vino rosso, prodotti in quantità minori.

ESPRESSIONI DI TERROIR
Per dirla coi numeri, le bottiglie che escono dalla cantina di Pievalta sono ogni anno circa 160mila, di cui soltanto 14mila di rosso. Per dirla col vino, le etichette sono sei, un rosso Marche Igt e cinque diverse espressioni di verdicchio: bollicine, tre bianchi fermi e un passito. I vigneti più vocati vengono valorizzati nel Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Dominè e nel Riserva San Paolo, mentre il Tre Ripe riunisce le uve dei tre differenti terroir aziendali.

Impossibile infine – data anche solo la proprietà – rinunciare a una bollicina metodo classico. Il Perlugo viene prodotto da uve delle vigne più giovani, raccolte precocemente dopo la metà di agosto. La prima parte della lavorazione avviene nelle Marche, mentre dal tiraggio in poi se ne occupa direttamente Barone Pizzini.

NOTE DI DEGUSTAZIONE

Perlugo, Metodo Classico Dosaggio Zero
Uvaggio: 100% verdicchio
Vinificazione: pressatura soffice, fermentazione in vasca inox termocondizionata
Affinamento: 6 mesi in vasche inox e 24 mesi sui lieviti in bottiglia, prima della sboccatura.

Bollicina fine e continua che illumina il calice. Al naso zeste di limone, croissant, crema chantilly, mela, e timo selvatico. Al palato la bolla è ariosa e si amplia subito riempiendo la bocca, poi scorre lasciando una scia di erbe aromatiche.

Da provare con stuzzichini di pesce e crostacei oppure, perché no, con focaccia e mortadella.

Tre Ripe, Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2020
Uvaggio: 100% verdicchio
Vinificazione: pressatura diretta, decantazione statica e fermentazione in acciaio inox con lieviti indigeni
Affinamento: 7 mesi in vasche di acciaio inox e cemento, poi un anno di riposo in bottiglia

Calice giallo paglierino tenue e lucente. Il naso è floreale, fresia, calicantus, un accenno di zafferano, note mentolate e mela verde croccante. Il sorso è diretto e snello, dotato di una salinità che permane a lungo, un volume piacevole che riempie il palato e, come costante, la freschezza agrumata e decisa.

Il vino perfetto per i piatti informali di tutti giorni come delle orecchiette con le cime di rapa, ma struttura e acidità non temono un ragù bianco di cortile o pietanze più grasse.

Dominè, Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2019-2016
Uvaggio: 100% verdicchio
Vinificazione: per il 60% in bianco e per il 40% con macerazione di 10 giorni sulle bucce
Affinamento: in acciaio, botte grande e cemento per 21 mesi, poi 5 mesi in bottiglia

Giallo paglierino delicato, al naso accoglie con fiori d’acacia e pesca bianca, che si aprono ad accenni agrumati e sbuffi calcarei. Al palato si impongono subito la freschezza e una sapidità profonda, che arriva e pervade. Il velo tannico dato dalla lieve macerazione riassume il sorso con grazia, lasciando sfumature di mandorla fresca e salvia.

Interessante il confronto con l’annata 2016, per la quale ancora non si utilizzava la macerazione. Un millesimo fresco per un vino che al naso non si concede subito, sostando tra note di erbe officinali e bergamotto. Il palato è fresco e citrino, la sapidità avvolge e solletica, il profilo tattile è vellutato ma lieve. Il sorso sfuma in un finale che chiama la mandorla. Un chiaro allineamento nello stile – fatta salva la tannicità del 2019 -, per due annate ottime, che tanto a tre quanto a quattro anni dalla vendemmia si muovono come puledri.

San Paolo, Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico 2019-2016
Uvaggio: 100% verdicchio
Vinificazione: pressatura soffice e fermentazione con lieviti indigeni in acciaio e botte grande da 25 hl
Affinamento: 21 mesi in acciaio, cemento e botte grande da 25 hl, poi 6 mesi in bottiglia

Coerente nel colore, all’olfatto si rivela molto più aperto dei fratelli. Naso di frutto tropicale e dolce, mango, passion fruit, poi si aprono i fiori e la mandorla. Il palato è tagliente, con un flusso di freschezza agrumata che resta teso per tutto il sorso. La sapidità è salata e il finale ricorda le erbe aromatiche sotto il sole.

Degustato a confronto, il San Paolo dell’annata 2016 rivela aromi più evoluti, un cedro fresco e asprigno, ma anche un profilo più austero, di un vino che non si concede immediatamente. Il palato è freschissimo, una piramide appuntita e solida, che verso la base si amplia su sensazioni iodate. Snello e senz’altro con molti anni davanti a sé. In chiusura tornano gli agrumi e la freschezza allunga in sfumature di mandorla e salvia.

 

Consigliati