Prosit, Dagnino: “puntiamo su Piemonte e Sicilia per ricavi a 150 milioni”

di Giambattista Marchetto

Intervista al ceo della holding che, dopo l’ultima acquisizione in terra di Montalcino, punta a crescere per linee esterne e guarda alle due regioni vinicole che mancano al puzzle.

L’ultima acquisizione in portfolio è la Cantina di Montalcino, l’unica cantina cooperativa nella zona del Brunello. Un altro pezzo (di pregio) nel ‘puzzle’, ma Prosit non intende fermarsi e punta su Piemonte e Sicilia.

Il ceo Sergio Dagnino conferma infatti gli obiettivi di crescita della holding operativa creata per supportare aziende vinicole nel posizionamento premium, migliorandone la distribuzione e la notorietà del marchio attraverso un network internazionale e importanti investimenti di marketing.

A fronte di un fatturato di gruppo che nel 2021 ha raggiunto quota 36 milioni di euro, con una Ebitda di 4,2 milioni, la holding prevede per il 2022 investimenti per 25 milioni e ha messo a budget il raggiungimento di 89 milioni di fatturato.
Il portafoglio di Prosit è attualmente basato su 4 regioni italiane che rappresentano una grossa fetta dell’export di vino italiano. Ad oggi, il gruppo è composto da Cantine Torrevento (Puglia), Collalbrigo Grandi Vini (Veneto) e Storiche Cantine Nestore Bosco (Abruzzo), oltre alla new entry montalcinese; esiste inoltre una partnership strategica con l’importatore statunitense Votto Vines.

Sergio Dagnino, qual è oggi l’approccio strategico di Prosit?
Prosit è nata per cercare di dare una mano a quegli imprenditori che hanno ottime cantine e un’ottima qualità di prodotto, ma ai quali manca qualcosa per fare il salto e farsi conoscere sui mercati mondiali più importanti. Il nostro focus rimane sulla valorizzazione del brand e per realizzare questo puntiamo su due aspetti fondamentali: l’imprenditore continua a gestire la sua cantina, ma beneficia delle sinergie, di un solido know-how commerciale e degli investimenti di Prosit”.

Alle acquisizioni seguirà un momento di realizzo con un buyout?
Non ci deve essere necessariamente un buyout. Ho costituito Prosit nel 2018 e la prima mossa è stata cercare un fondo di investimento che ci affiancasse e credesse in questo tipo di iniziativa. Abbiamo trovato in Quadrivio-Made in Italy Fund un ottimo partner, con un approccio industriale più che finanziario. Il giorno in cui deciderà di uscire, Prosit andrà comunque avanti perché è basata sugli imprenditori partner. L’obiettivo di Prosit, infatti, non è far sue le cantine, ma che le cantine sentano Prosit come propria”.

A fronte delle acquisizioni realizzate, qual è la prospettiva di break even?
Siamo già sulla buona strada. Abbiamo chiuso il 2021, che è il secondo anno pieno di attività (pur con la crisi Covid), a 36 milioni, ma il nostro obiettivo a due anni è arrivare a 150 milioni di fatturato, raggiungendo una massa critica adeguata a sviluppare bene tutte le sinergie”.

Avete dunque in previsione altre acquisizioni?
Sì. L’obiettivo di Prosit è crescere. E pur essendoci vini stupendi in tutta Italia, non possiamo dedicarci a tutte le 560 Doc italiane. Noi ci concentriamo sulle 5 regioni che cubano il 70 per cento dell’export italiano, dunque Piemonte e Sicilia sono le nostre prossime mete. Contiamo di raggiungerle entro il 2023”.

Con quali azioni per il posizionamento dei brand state lavorando?
Già la scelta delle cantine costituisce metà del lavoro. Non interveniamo con operazioni di ristrutturazione, perché sono cantine già con un ottimo potenziale. Hanno buoni vigneti, indenni dalle problematiche del cambio climatico, e un ottimo storytelling di famiglia e generazioni. Noi cerchiamo una piena condivisione con l’imprenditore sugli obiettivi verso cui andare. Dunque non interveniamo per stravolgere il brand, piuttosto rinforziamo le strategie di immagine e lo storytelling”.

Come è stata scelta Cantina di Montalcino?
Ritengo che sia una perfetta integrazione con un progetto familiare. Le cooperative, soprattutto nel vino, hanno sempre alla propria base delle famiglie e a Montalcino questo emerge ancora più chiaramente. L’azienda poggia su 50 viticoltori e 50 famiglie che sono ai 4 angoli geografici della denominazione, con terroir diversi. Questo lo considero una estensione del concetto di famiglia. E grazie al lavoro di un direttore e un presidente visionari, è stato fatto un percorso sulla premiumizzazione che è cosa rara per una cooperativa. Quando abbiamo acquisito, abbiamo fatto anche una due diligence qualitativa degustando 70 vini ed è andata benissimo. Peraltro continueranno le sinergie anche con Leonardo Da Vinci, la parte venditrice”.

Come vi approcciate al mondo degli investimenti nel vino?
Nessuna delle nostre cantine è nell’ambito luxury, mentre le aste richiedono lusso e storicità. Certo, con Bosco stiamo lavorando per entrare nel luxury”.

Avete in previsione di lavorare con NFT e blockchain?
Lo stiamo valutando con alcuni clienti. Con Torrevento siamo una delle prime tre cantine italiane in Germania e li stiamo valutando progetti ad hoc su questo”.