Faraone, storia di intrecci e del primo metodo classico d’Abruzzo

di Eugenia Torelli

Attraverso i calici, la scoperta di una delle cantine simbolo delle Colline Teramane, tra aneddoti e viaggi tra le regioni d’Italia e oltreconfine.

Situata a Giulianova in provincia di Teramo, la cantina Faraone è un pezzo di quella storia fatta di piccoli (grandi) nomi sulle colline teramane. Fattorie che iniziano facendo vino da vendere nei dintorni o per conferirlo ad aziende più grandi, per poi pian piano crescere e trovare un proprio percorso, partecipando all’evoluzione del territorio.

Qui fare vino significa lavorare ai ritmi delle proprie forze. Lo chiama “vino artigianale”, Federico Faraone, oggi alla guida della cantina, ed è esattamente questo senza tante peripezie di marketing. Fare vino però significa anche e soprattutto un intreccio di viaggi, vite, paesi lontani e regioni della nostra penisola, che magari tra le trame gusto olfattive di un Trebbiano d’Abruzzo non si immaginerebbero mai, ma che vale la pena raccontare perché forse, alla fine, un ruolo anche nel vino ce l’hanno eccome.

UNA STORIA DI FAMIGLIA, TRA NEW YORK E L’ABRUZZO
Riccioli neri, sguardo sorridente e modi accoglienti, mentre racconta i propri vini Federico Faraone getta ogni tanto un’occhiata alla bimba – appena un anno – che dorme nel passeggino. L’atmosfera è familiare esattamente come l’azienda e la cantina è letteralmente un prolungamento di casa (o forse viceversa).

Ad avviare la produzione di vino è il nonno negli anni ‘30, con l’impianto delle prime vigne sui terreni di famiglia. Il bisnonno li aveva acquistati dopo aver fatto fortuna a New York.

Chi sviluppa concretamente l’attività vitivinicola è il padre di Federico, Giovanni (Nino) Faraone. Un punto di riferimento per tanti sul territorio, ancora oggi dopo la scomparsa. Curioso e intraprendente, negli anni ’70 Giovanni inizia a imbottigliare e nel 1983 diventa il primo produttore di spumante metodo classico della regione, realizzato con uve passerina. Convinto dell’importanza dell’enoturismo, nel ’94 fa richiesta per partecipare a Cantine aperte, quando ancora il Movimento Turismo del Vino non era arrivato in Abruzzo. “Ho ancora la copia del fax”, dice il figlio. E c’è anche lui tra quei produttori che spingono per il riconoscimento della Docg alle Colline Teramane, un obiettivo poi raggiunto nel 2003.
Giovanni (Nino) Faraone e il padre Alfonso

TRA BRUXELLES E LA CARNIA (CON RITORNO)
Nel frattempo, Federico Faraone studia enologia a Udine e il lavoro lo porta spesso in Friuli, dove apprende molte lezioni sulla macerazione delle uve bianche. Il fratello di Federico invece, Alfonso, studia comunicazione pubblicitaria e parte per Bruxelles, continuando ancora oggi a supportare a distanza l’azienda di famiglia nel marketing.

Accade che un giorno Federico in Friuli sale sullo Zoncolan e si innamora di Mariangela, una ragazza della Malga Pozof, che diventa sua moglie. Così la storia di una delle cantine di riferimento per le Colline Teramane, prosegue in un intreccio tra vini della tradizione locale, Belgio, Carnia e i formaggi di malga della Fattoria Gortani (i gestori della Pozof), che oggi spesso accompagnano i vini durante le degustazioni (e ci sarebbe pure una buona dose di Emilia Romagna, portata in dote dalla madre di Federico e Alfonso, ndr).

Ce ne importa qualcosa ai fini della degustazione? No, ma la storia in sé racchiude una bellezza tutta italiana e quasi cinematografica, fatta di famiglie, di viaggi e di curiosità. Una storia che va raccontata, per dire che si fa presto a parlare di tradizione e identità, ma alla fine per costruirle si possono seguire tante strade diverse, che non necessariamente passano per un unico territorio. E forse è anche meglio.

LAVORO ARTIGIANALE TRA VIGNA E CANTINA
Per dirla con le vigne e con la cantina, Faraone lavora 11 ettari vitati, di cui alcuni in affitto. L’appezzamento più elevato si trova in una forcella tra due colline a 150 m di altitudine. Un terreno protetto, ma costantemente ventilato, coltivato a pecorino, trebbiano d’Abruzzo, sangiovese e montepulciano. Più a valle ci sono i vigneti dedicati solo al montepulciano, uno più ampio e uno di circa 3 ha con viti dai 40 ai 60 anni di età.

La produzione si attesta intorno alle 50mila bottiglie, che restano per l’80% in Italia. Il 20% raggiunge il Regno Unito (Londra), il Belgio e gli Stati Uniti, nello specifico Oregon, California e New York.

La cantina, ampliata negli anni, è stata ricavata aggiungendo spazi e cisterne a quelli che c’erano, integrando i locali della vecchia stalla e giocando in qualche caso anche di ingegno, ad esempio modificando una vecchia botticella per effettuare la sboccatura dei primi spumanti.

BOTTI GRANDI E PUPITRES
Per le vinificazioni si usa l’acciaio, così come per l’affinamento dei bianchi e del Cerasuolo, mentre la maturazione dei rossi ha luogo nella bottaia interrata, costruita nel ’98. “Tradizionalmente abbiamo sempre usato botti grandi per il nostro Montepulciano”, spiega Federico Faraone, e le poche botti di più piccola taglia presenti in cantina hanno alle spalle parecchie primavere.

I vini prodotti sono circa una decina, suddivisi in diverse linee, tra le quali Santa Maria dell’Arco raggruppa le due referenze di punta della cantina, un Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo Docg e un Trebbiano d’Abruzzo Doc.
Di anno in anno se ne possono aggiungere alcune, a seconda della stagione e della possibilità, date le caratteristiche delle uve, di raggiungere o meno il risultato desiderato.

Tra i vini, anche due spumanti metodo classico, Cerasuolo d’Abruzzo Doc, bianchi e rossi Igt, poi il Rosso della Cattedrale, che non viene imbottigliato ogni anno e che ogni anno integra un po’ della nuova annata, “un vino alla solera“, come lo definisce Federico Faraone.

APPUNTI DI DEGUSTAZIONE

Ecco una panoramica dei vini aziendali dalle bollicine ai rossi (anche un multivintage), passando per diverse annate di Trebbiano d’Abruzzo Doc, alla scoperta dell’evoluzione del vitigno passerina.

Spumante Metodo Classico
Uvaggio: 100% passerina (per la maggior parte della vendemmia 2014)
Vinificazione e affinamento: la base spumante effettua un passaggio in legno. Seconda fermentazione di 40 mesi sui lieviti

Calice dorato, bolla paffuta e rigogliosa. Al naso note dolci di cipria e mela renetta, un soffio rugginoso e pepato. Sorso secco che si amplia su una bolla ariosa, per poi tornare a tendersi tra freschezza, toni di nespola giuggiola, ritorni di mela. Lascia il palato con toni ferrosi e calcarei.

Le Vigne di Faraone, Trebbiano d’Abruzzo Doc 2019 – 2014
Uvaggio: 100% trebbiano d’Abruzzo
Vinificazione: pigiatura, macerazione a freddo di una notte sulle bucce e fermentazione in acciaio a basse temperature
Affinamento: imbottigliamento nel mese di marzo successivo alla vendemmia

2019 – Giallo dorato luminoso e bouquet morbido, che ricorda la mela golden, i fiori bianchi, biancospino, sambuco, fresia. Al palato è fresco, fatto di durezze asprigne, ma con un sorso che gioca bene tra volume e scorrevolezza, sapidità quanto basta e una lieve tannicità che asciuga sul finale.

2018 – Al confronto l’annata 2018 rivela nel calice un color oro più intenso. I profumi si aprono inizialmente su sfumature fumé, poi si evolvono verso fieno, erbe essiccate e frutto. Il sorso resta fresco e nel bilanciamento delle componenti la sapidità emerge di più, portandosi dietro un finale quasi pepato.

Santa Maria dell’Arco, Trebbiano d’Abruzzo Doc 2017 – 2014
Uvaggio: 100% trebbiano d’Abruzzo
Vinificazione: pigiatura, macerazione a freddo con breve permanenza sulle bucce e fermentazione in acciaio a basse temperature
Affinamento: maturazione sur lie in acciaio per circa dodici mesi, poi imbottigliamento e riposo in bottiglia per almeno due anni

2017 – Prodotto soltanto nelle annate più favorevoli, il Santa Maria dell’Arco approfondisce il tema della capacità di invecchiamento del vitigno passerina. Nel calice mostra una veste dorata, regalando un bouquet evoluto di frutto sciroppato, folate di vaniglia e idrocarburi, sfumature balsamiche e di erbe officinali. Al palato è fresco e scattante, sempre scorrevole e gradevolmente bilanciato tra carnosità e tannicità, con una costante di pepe sul finale.

2014 – Questa stupisce. Al naso l’annata più fresca regala sfumature di mela ancora succose, tanto che il vino sembra quasi più giovane rispetto all’annata 2017. Di nuovo sfumature di vaniglia, ma solo all’olfatto. Al palato non ci sono grassezze, ma un sorso freschissimo, snello e pepato, con un finale accarezzato dal velo del tannino. Viene voglia di prendere un’altra bottiglia e aspettare, per vedere come sarà più avanti.

Nino, Bianco dei Colli Aprutini Igt (macerato, sans année)
Uvaggio: falanghina, passerina e pecorino
Vinificazione: gestione separata della vinificazione e della macerazione per ciascuna delle 3 uve. Il procedimento avviene in acciaio a basse temperature

Giallo paglierino intenso, con aromi di uva spina, lievi note di resina lieve e un ricordo di buccia d’uva schiacciata. Al palato salato, fresco e avvolgente, con una sensazione calda che si amplifica verso la fine del sorso.

Le Vigne, Cerasuolo d’Abruzzo Doc 2021
Uvaggio: 100% montepulciano
Vinificazione: ottenuto per salasso dalla massa che viene pigiata per ottenere il Montepulciano d’Abruzzo Doc, dopo circa 48 ore di macerazione spillando una parte del succo che si è formato naturalmente senza nessuna azione di pressatura, così da ottenere il mosto fiore

Rosa purpureo scarico quasi sul fuxia. Appena versato resta brevemente contratto, per poi cedere aprendo a un bouquet di ciliegia e melograno, fiori freschi, rose bagnate, calendula. Il palato è fresco e caldo, richiama i petali di rosa avvertiti all’olfatto. Un sorso piacevole e gastronomico, lievemente amarognolo sul finale. “Il mio importatore statunitense lo chiama ‘the jeans jacket’ – dice Federico Faraone -, perché sta bene un po’ con tutto”.

Le Vigne, Montepulciano d’Abruzzo Doc 2018
Uvaggio: 100% montepulciano
Vinificazione: fermentazione a temperatura controllata in acciaio
Affinamento: maturazione in botti grandi di rovere per 24 mesi
montepulciano ruspante, vecchio stile

Rosso rubino scuro e intenso. Al naso frutto rosso acidulo, ribes, melograno, visciole, ma anche un ricordo floreale e sfumature di ginepro e sottobosco. Palato fresco e asprigno, orientato sulle durezze, dalla presa tannica tenace che lascia dietro di sé una sensazione lievemente vegetale, mentre il vino scorre e ci si prepara a un altro sorso. Ruspante.
Rosso della Cattedrale, multivintage (annate dai primi anni ‘90)
Uvaggio: 100% montepulciano con surmaturazione in pianta fino metà novembre
Vinificazione: fermentazione in legno, poi assemblaggio con annate precedenti
Affinamento: in legno per circa 2 anni

Granato scarico di bella lucentezza. Al naso prugne sotto spirito, liquore di more, mon chéri e mentastro, per un palato caldo, ampio e speziato. Un sorso che si dilata sul palato, portandosi dietro sfumature di cacao e frutti essiccati, ricordi di un certo porto, affacciato sull’Atlantico.

Il Santa Maria dell’Arco, Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo Docg 2015, è stato recensito tra gli assaggi nel resoconto dell’Anteprima Colline Teramane.

 

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