Il Monferrato punta su enoturismo e internazionalizzazione

di Giambattista Marchetto

Il Consorzio della Barbera d’Asti e dei vini del Monferrato ha lanciato il programma ‘Welcome to my place’ e spinge sui mercati esteri.

Sono stati due anni difficili ma grazie a Dio siamo riusciti a superare le difficoltà contingenti al periodo. Il 2021 si è concluso con un totale di 60 milioni di bottiglie, in crisi numeri importantissimi, ed è con questa energia che vogliamo guardare al futuro”. Filippo Mobrici, presidente del Consorzio della Barbera d’Asti e dei vini del Monferrato, riassume in poche battute lo stato di salute di un territorio che sta cercando oggi più che mai di affermarsi su scala internazionale.

Se infatti da un lato il Consorzio ha come obiettivo tra il 2022 e il 2023 quello di “tornare a dare supporto e visibilità ai nostri consorziati e al territorio, accompagnandoli all’incontro con il mondo”, dall’altro proprio i due anni di pandemia hanno dato una spinta a quella che sembra essere la linea di sviluppo dal più ampio potenziale: l’enoturismo.

Le aziende monferrine stanno infatti maturando sempre più una buona consapevolezza di quale sia il valore aggiunto di un rapporto diretto con i consumatori, winelover o turisti occasionali.

Anche per questo il Consorzio ha lanciato il programma “Welcome to my place”, una campagna di comunicazione presentata al Vinitaly 2022 con la Regione Piemonte, che porterà il Monferrato “nel futuro e nel mondo”. “Attraverso una rete sinergica di eventi e collaborazioni con altri enti del territorio – spiega Mobrici – vogliamo far sì che il vino sia un volano economico e di promozione per tutti. Perché da soli non si va da nessuna parte”.

STORIE DI VINO E DI ACCOGLIENZA
Ecco che tra le aziende del Monferrato cresce una più ampia consapevolezza dell’accoglienza. Quasi tutte puntano sulla vendita diretta e sul rapporto con i visitatori, alcune offrono anche pernotto ed esperienze più ampie per godere delle peculiarità di un’area unica.

Nel frattempo i vini stanno evolvendo, anche se talvolta faticano ad abbandonare stilemi poco aderenti all’evoluzione del gusto contemporaneo. Ci sono però storie ed esperienze in vigna e in cantina che giustificano un buon ottimismo per la denominazione.

CASCINA BERTA, VINI DI PASSIONE
Figlio di agricoltori, affascinato dal lavoro dei genitori, Guido Berta è partito nel 1997 da autodidatta con la sua avventura in cantina. Oggi Cascina Berta arriva sul mercato con un massimo di 70mila bottiglie tra vini rossi territoriali di struttura, talvolta caratterizzati da un affinamento marcante, e lo Chardonnay declinato in metodo charmat, fermo e affinato in legno.

Da segnalare il Nebbiolo che, nonostante il tannino ancora fitto e brusco, rivela una tessitura interessante di frutto e calore, ma anche il Pinot nero (un “vino fatto per passione”, ammette il vignaiolo) che dopo una macerazione leggermente prolungata e malolattica in acciaio affina in barrique di secondo passaggio.

TENUTA CASTINO, ENOTURISMO
Tenuta agricola familiare da innumerevoli generazioni – le radici affondano fino al Cinquecento – la Castino Luigi Domenico nasce nel 1854 e ha smesso di conferire tutte le uve prodotte ed è uscita con una propria etichetta solo nella seconda metà del Novecento. Le circa 10mila bottiglie prodotte avevano come destinazione principalmente l’estero, ma dopo il Covid è l’enoturismo a trascinare la ripartenza. “Lavoriamo come agriturismo soprattutto nella stagione dei tartufi”, riferisce Domenico Castino, che segue in prima persona quasi tutto il lavoro. In portafoglio un Metodo classico da pinot nero morbido; una Barbera affinata in botte grande che mantiene croccante il frutto nel calore, una bottiglia interessante; una Barbera Superiore che non soffre troppo il 30 per cento di legno nuovo, risultando compatta e solida; un uvaggio barbera-pinot nero vagamente piacione.

Da segnalare il Grignolino, che rimane sulle bucce per tre giorni per non esagerare coi tannini e in fermentazione viene arricchita di colore da un’aggiunta di uvalino (autoctono piemontese).

BOGGERO E LO STILE MODERNO
Fondata a fine Ottocento e sviluppatasi nel secondo dopoguerra, Bogge Wine oggi pomeriggio esce sul mercato con circa 50mila bottiglie che per il 35 per cento sono destinate all’export (in primis Germania, Polonia, UK e Norvegia). Muovendosi tra nebbiolo, dolcetto e grignolino, ma anche arneis, cortese e moscato, Giacomo Boggero cerca “vini con uno stile moderno”.

Da segnalare il Monferrato Rosso Fabì, nebbiolo in purezza che fa una macerazione sulle bucce di 25 giorni e passa direttamente dall’acciaio alla bottiglia.

VIGNA FORESTA, STORIA DI FAMIGLIA
Vigna Foresta dal sogno romantico di un businessman russo che non voleva vivere più in Russia, ma trasferirsi in Italia per fare vino. “Io lavoravo come It manager It a Mosca e mio padre mi ha convinta a mollare tutto per aiutarlo. Abbiamo iniziato assieme nel 2012”, racconta Olga Semencha che dopo la scomparsa improvvisa del genitore non ha voluto tradire quel sogno e oggi guida l’azienda assieme al fratello. “Voleva lasciarci una cantina pronta e vini definiti – chiosa la giovane imprenditrice – ma quando è morto avevamo solo un vigneto e abbiamo dovuto lavorare alcuni anni”. Prima vinificazione con la vendemmia 2019, oggi Vigna Foresta produce circa 26mila bottiglie dai 4 ettari vitati.

Nonostante i vini dal lungo affinamento siano segnati dal legno nuovo appena immessi sul mercato, risulta interessante il profilo dell’Albarossa e della Barbera Superiore (che fa malolattica e affinamento in tonneau nuovi). Affascina di più la linearità della Barbera Doc (solo acciaio) e soprattutto il Grignolino, che viene lavorato come un rosé in acciaio e affina un anno in barrique usate, con un esito elegante ma pur sempre secco e diretto.

AZIENDA GALLO, RITORNO ALLA BARBERA
Fondata a inizio Novecento, l’azienda Gallo vendeva all’ingrosso fino agli anni Ottanta e dopo lo scandalo del metanolo ha iniziato a imbottigliare la propria barbera. Dal 2012, con Carlo e Guido Gallo, è entrata in azienda la quarta generazione che ha scelto di mantenere una quota di mercato per il vino sfuso con l’obiettivo di coprire gli investimenti sull’imbottigliato.

Oggi l’azienda ha in portafoglio 12 referenze. Le soddisfazioni sono arrivate presto con il piacevole Metodo classico da chardonnay e cortese, che come Docg Alta Langa si fanno apprezzare e oggi vedono un mercato in crescita. Contestualmente l’affezione al brachetto ha consentito di costruire una domanda di nicchia in Cina.

Ora stiamo riscoprendo la barbera – chiosa Carlo Gallo – a cui dedichiamo grande cura. I nostri vigneti oltre i 350 metri di altitudine godono dell’influenza del vento di mare e di escursioni termiche non troppo drastiche, cosa ottima per gli aromi“. E in effetti merita una segnalazione la Barbera d’Asti La Fea, che compie l’intero percorso di vinificazione e affinamento in acciaio, mantenendo un frutto croccante e una piacevole linearità di beva.

 

Consigliati