Il Re è nudo

di Daniele Becchi

A Terracotta e Vino si è parlato di espressività dei vitigni e vinificazione in anfora.

L’anfora, un contenitore neutro che esalta il profilo sensoriale del vitigno. Questa la principale evidenza emersa nel corso di Terracotta e Vino, la biennale voluta dall’omonima associazione fiorentina che da oltre dieci anni traccia le tendenze che segnano questo antico recipiente.

A dimostrarlo uno studio condotto dal Dipartimento di Enologia dell’Università di Firenze e volto a individuare le differenze sensoriali e chimico-fisiche indotte da contenitori realizzati con materiali diversi, quali acciaio, cemento, legno e terracotta. Al termine dei dodici mesi, tanto è durata la ricerca, i vini affinati in anfora hanno mostrato una dimensione sensoriale dove, accanto alla fisiologica ossidazione garantita dalla porosità della terracotta, più marcata era la percezione di note fruttate e floreali. Se da un lato dunque le anfore consentono la microssigenazione indispensabile all’evoluzione del vino, dall’altro ne mantengono integro il bouquet sensoriale, a tutto beneficio dell’espressività del vitigno stesso.

 

Ed è proprio l’assenza delle turbolenze sensoriali derivanti dall’uso dei legni che pone i produttori davanti alla necessità di produrre uve di qualità, unica e impervia strada per un prodotto finale di valore, capace di evolvere senza perdere l’impronta organolettica del vitigno. Una sorta di spoliazione che, pur interessando anche i cultori dei legni stessi, come dimostra l’abbandono delle botti piccoli a favore di contenitori dalla grande capienza, trova nell’anfora il suo punto apicale.

 

La sensazione avvertita tra i banchi di degustazione è quella di un superamento dell’iniziale fase euforica, stimolata anche da mercati alla costante ricerca di novità, a favore di un crescente rigore, dove gli stessi produttori si mostrano desiderosi di discriminare tra produzioni wanna be, comunque minoritarie negli assaggi, e vini dal solido valore enologico. In tal senso a brillare sono stati soprattutto i vitigni autoctoni, nel loro complesso capaci di restituire nel bicchiere una più nitida identità rispetto agli internazionali. Da qui sembra partire Elena Casadei, che con la sua linea Le Anfore propone una selezione dei vitigni autoctoni coltivati nelle tre tenute di famiglia – Castello del Trebbio, Olianas e Tenuta Casadei di Suvereto – e successivamente vinificati in anfore interrate.

 

Tanta dunque la strada compiuta da questi recipienti, il cui legame con il vino nasce nel cuore del continente eurasiatico, dove la vite è stata addomesticata dando origine alla scintilla della moderna vitivinicoltura, l’anfora si è poi spostata verso Ovest, raggiungendo la Magna Grecia grazie alle vie commerciali che attraverso la Siria e la Palestina giungevano fino in Egitto, per poi prendere la via del Mare Egeo. Entrate in Italia per mezzo degli Etruschi, le anfore furono il recipiente preferito dagli stessi Romani per il trasporto di olio e vino, almeno fino a quando non si affacciarono le prime botti i legno, di origine gallica, che offrivano maggiore resistenza e leggerezza.
Iniziò così un lento declino dell’anfora nell’uso quotidiano, che solo la perseveranza dei popoli caucasici fece sì non diventasse un completo abbandono. Fu qui, infatti, che questa pratica risalente a 6.000 anni prima continuò a resistere, prendendo la forma plastica dei qvevri, tradizionali otri di forma ovoidale dalle disparate dimensioni destinati all’interramento.

 

A lungo relegate a esperienza marginale, tra cui si segnalano anche alcuni produttori spagnoli dove vivo è rimasto l’uso delle Tinajas, le anfore sono state recentemente riscoperte anche dai produttori italiani, come ad esempio Antonio Arrighi, produttore elbano già impegnato nella sperimentazione in anfora cui si deve il Nesos, un’ansonica nata da una sperimentazione guidata dal Prof. Attilio Scienza, negli anni trasformatosi nell’etichetta iconica dell’azienda isolana. Ispirato agli antichi vini di Chio, Nesos nasce da uve immerse per alcuni giorni in mare e poi appassite al sole, in seguito vinificate con tutta la buccia all’interno delle anfore.