La Maremma in stile bordolese di Castello di Vicarello

di Antonio Cimmino

Degustazione delle wine collection (un po’ fuori dagli schemi) della tenuta di Poggi del Sasso: un taglio bordolese, un supertuscan, un sangiovese in purezza e un sorprendete malbec 100%.

La storia moderna del Castello di Vicarello, come spesso accade, nasce dall’amore a prima vista di Aurora e Carlo Baccheschi Berti per un luogo di rara e preziosa bellezza. A metà degli anni ‘80 dopo una prima parte di vita, frenetica, trascorsa tra Milano e Bali a occuparsi di pubblicità, moda e mobili antichi, decidono di metter radici in Maremma dopo esser stati folgorati alla vista di un castello del XII secolo che versava in condizioni di abbandono a Poggi del Sasso, non lontano da Montalcino.

Un restauro di 12 anni (tra gli anni Ottanta e Novanta) per farlo prima diventare la residenza di famiglia, dove crescere i 3 figli Brando, Neri e Corso, e poi aprirla agli ospiti, sviluppando un progetto di hospitality, facendo di fatto diventare il castello un boutique hotel esclusivo con le sue 9 eclettiche suites, con arredi che mixano sapientemente stili, epoche e culture, ed uliveti e giardini tutt’intorno.

LA PASSIONE PER BORDEAUX
L’altra grande passione di famiglia è la vitivinicultura. Carlo Baccheschi Berti nel 1998 di ritorno da un viaggio a Bordeaux, essendo innamorato dei suoi vini, decide di creare il proprio vino in stile bordolese nel cuore della Maremma, anche nel ricordo di quel vino della casa prodotto da sua nonna nel chiantigiano quando lui era un bambino.
Così tra il 2000 e il 2002 impianta i classici cabernet franc, cabernet sauvignon, petit verdot e merlot, a cui si aggiunsero il sangiovese e per ultimo il malbec, ed allevandoli con il sistema dell’alberello toscano

VIGNE DI FAMIGLIA TRA MONTE AMIATA, MAR TIRRENO E FIUME OMBRONE
Oggi a gestire l’azienda vitivinicola ed i suoi 6 ettari e mezzo condotti in regime biologico c’è Brando Baccheschi Berti, primogenito di Carlo.

Le vigne, che si trovano tra i 300 e i 350 metri d’altitudine, alle spalle il Monte Amiata, di fronte il Mar Tirreno e poco sotto scorre il fiume Ombrone, sono tre: Vigna del Castello, poco più di un ettaro, dove tutto ha avuto inizio, è piantata con cabernet franc, cabernet sauvignon e petit verdot nelle stesse percentuali che si ritrovano nel vino simbolo della tenuta che ne porta il nome; Poggio Vico, 3,5 ettari coltivati con: cabernet franc, malbec e merlot; Vigna Anfiteatro, quella che presenta la maggior pendenza, un ettaro e mezzo impiantata con sangiovese e merlot su delle piccole terrazze. Interessanti le escursioni termiche tra il giorno e la notte nei 3 vigneti, che in media oscillano tra i 12 e 14 gradi centigradi.

Attualmente la produzione è di circa 25.000 bottiglie annue, ma in prospettiva grazie all’impianto di ulteriori due nuovi ettari ci si dovrebbe attestare poco sotto la soglia delle 40mila bottiglie.

Cinque le etichette della loro wine collection: un taglio bordolese, un supertuscan, un sangiovese in purezza e due malbec 100%, uno vinificato in rosa e l’altro (in uscita a novembre) Mendoza style.

NOTE DI DEGUSTAZIONE
I quattro rossi sono vini complessi e intensi. Le etichette ne raccontano i caratteri con pennellate di diversi colori, il profilo del castello al centro e lo stemma di famiglia nella parte superiore.

Merah 2018
Sangiovese in purezza della Vigna Anfiteatro prodotto per la prima volta con l’annata 2014. È il welcome wine dell’azienda, un vino dalla facile beva. Fermentazione in acciaio e affinamento tra gli 8 e gli 11 mesi, in parte in acciaio ed in parte in botte di rovere da 35 ettolitri. Successivamente il vino riposa in bottiglia per un anno.

Omaggio alla Toscana nel vitigno utilizzato ed ai suoi genitori nel nome, “Merah” ovvero “rosso” in indonesiano, nel ricordo dei 18 anni trascorsi a Bali dai suoi. Un sangiovese fresco, vibrante, dal fruttato di ribes e mirtilli croccanti, è al tempo stesso complesso con quei rimandi al tabacco, al cuoio e alle bacche di pepe nero. Il sorso è equilibrato, la trama tannica è delicata, la vena mentolata ne allunga il finale.

Poggio Vico 2019
Anteprima in uscita entro Natale 2022. I cloni di malbec sono stati recuperati direttamente da Carlo Baccheschi Berti in uno dei suoi tanti viaggi a Mendoza poiché quelli in giro per l’Italia non lo convincevano più di tanto. Circa duemila bottiglie prodotte, fermenta in un tino troncoconico di rovere, mentre affina 8/12 mesi in barrique di 2° passaggio, oltre a 18 mesi in bottiglia.

Un vino di carattere, a tratti sorprendente, che ha bisogno del suo tempo per svelarsi al meglio. L’olfazione è intensa, in evidenza frutti neri maturi ed una spaziatura importante accompagnata da rinfrescanti note balsamiche, la chiusura è affidata al chicco di caffè. Al palato è deciso, diretto, ricco, il tannino ancora un po’ asciugante quasi a fermare quella persistenza gustativa che invece freschezza e sapidità provano ad allungare in un finale appassionante.

Terre di Vico 2015
Uvaggio 65% sangiovese, 25% merlot, 10% cabernet franc, fermentazione in tino troncoconico e doppio passaggio in legno per l’affinamento, barrique usate e tonneau nuovi per massimo 18 mesi. Quasi due gli anni trascorsi in bottiglia.

Alla vista un rubino dai preziosi riflessi purpurei. Al naso è raffinato, cadenzato, con quel susseguirsi di note floreali alla lavanda che subito richiamano la freschezza dell’eucalipto e il rosmarino. È la volta delle amarene sotto spirito confondersi con una traccia di sottobosco e del tabacco da sigaro. Struttura importante, sorso imponente, il tannino elegante e levigato avvolge il palato e asciuga al punto giusto, con una vena di acida freschezza che pulisce la bocca. Lungo il suo finale.

Castello di Vicarello 2015
È un cru che nasce nella Vigna del Castello, già porzionata per ottenere il loro classico taglio bordolese: 45% cabernet franc, 45% cabernet sauvignon e 10% petit verdot. Sempre tino troncoconico di rovere francese da 30 ettolitri per la fermentazione. Il vino affina sulle fecce fini in piccoli legni nuovi da 160, 225 e 300 litri per un paio di anni, ed altrettanti li trascorre in bottiglia.

Alla vista un rubino profondo con vibrazioni granate. Porta immediatamente al naso una complessità che ricorda subito la frutta nera in confettura, l’eleganza e l’austerità del floreale in appassimento. Vivide note di nobili erbe aromatiche e spezie che rimandano all’anice stellato e al cardamomo che sfuma in un zest di arancia candita. Sorso nobile, bocca piena, equilibrato fin da subito, non rinuncia affatto ad un adeguato apporto di freschezza e sapidità e ad una elegante tessitura tannica che invogliano nuovamente alla bevuta.