Modigliana, il ‘poco ma buono’ romagnolo

di Daniele Becchi

Tra le marne e le arenarie della Romagna toscana un manipolo di produttori realizza un sangiovese identitario e longevo. Incognite su numeri e mercati.

A Modigliana, borgo faentino appoggiato sui primi corrugamenti appenninici, si produce un grande sangiovese. Questo in virtù non solo delle particolari condizioni pedoclimatiche della zona, ma anche dalla ritrovata dedizione dei produttori locali. Spinti da condivisibili valutazioni di carattere economico e analitico, i vignaioli di Modigliana hanno elaborato un nuovo paradigma identitario, capace di emanciparli dal fronte del ‘sangiovese qualunque’ lungo il quale si trovano schierati molti prodotti cooperativistici romagnoli.

Una sfida complessa, non priva di irrisolti, indispensabile però ad affermare la loro esistenza enoica, in attesa che i risvolti territoriali producano gli attesi effetti.  A sostenerne lo sforzo un bicchiere di rara compostezza, figlio di un Appennino ancora selvaggio, ben raccontato dalla degustazione di annate storiche che ne svela la buona longevità.

Le prime testimonianze storiche del borgo risalgono alle cronache di Tito Livio, che sembra a esso riferirsi quando menziona quel Castrum Mutilium dove i Celti sconfissero i Romani nel 200 a.C. Dopo aver vissuto le traversie susseguenti alla caduta dell’Impero Romano di Occidente e fatto parte dell’esarcato di Ravenna, il territorio conobbe l’ascesa dei Guidi, casata tra le più importanti del Medioevo, che, a partire dal matrimonio tra il capostipite Tegrimo e la contessa ravennate Ingeldrada (924 d.C.) guideranno Modigliana per quattro secoli e mezzo. Legatasi in seguito alla storia del Granducato mediceo prima e di Firenze poi, Modigliana è confluita nel 1923 nella provincia di Forlì-Cesena.

TRE VALLI, UN TERROIR
Partendo dal sangiovese, vitigno che da lungo tempo dimora in queste vallate, i produttori hanno organizzato il racconto del loro terroir attorno a tre elementi distintivi: suolo, altitudine e bosco. Riguardo al terreno, qui si calpesta un mix di marne, cioè argille cementate a calcare e conchiglie, e arenarie, a composizione sabbiosa, definizione di quella dorsale che punta verso l’Appennino e ospita vigneti fin sopra quota 500 metri. Nel complesso si tratta di spazi dominati dal bosco, che, oltre a rappresentare per i vigneti un rifugio contro le intemperie, modifica la geosfera locale generando un ambiente ad alto tasso di biodiversità. Ad arricchire ulteriormente il contesto la presenza di tre valli, Tramazzo, Ibola e Acerreta, considerate dagli stessi produttori alla stregua di sottozone, in virtù delle diverse sfumature che assume il sangiovese ivi coltivato.

STELLA DELL’APPENNINO
In questa enclave sangiovesista ha preso forma negli anni passati l’associazione ‘Stella dell’Appennino’, che oggi raggruppa undici realtà produttive convinte dell’importanza di fare squadra per valorizzare la sottozona Modigliana, una delle sedici oggi previste dal disciplinare Romagna Doc per la tipologia Sangiovese. Un gruppo coeso in quanto a intenti e qualità produttiva, dove aziende storiche come Castelluccio, cui spetta il merito di aver creduto per prima nella zona, e Casetta dei Frati convivono con realtà di più recente fondazione.

NERBO E DINAMISMO NEL BICCHIERE
Chiamati a giudicare l’annata 2019 dei sangiovese raccolti nella sottozona ‘Modigliana’, si ha l’opportunità di scoprire l’intera produzione di zona, che si dimostra di buona qualità e grande dinamismo nel bicchiere. A farsi preferire è la proposta in rosso, grazie alla sua sobria espressività in bocca e al naso, corredata da un’impronta alcolica quasi mai eccessiva. Tutta da apprezzare infine la declinazione gastronomica dei vini, che rappresenta un plusvalore specialmente per quelle etichette dal carattere più riservato.

Secondo l’associazione la vendemmia 2019 si è prefigurata “in termini precoci rispetto alla media storica. Partita con una primavera stressante per le vigne, è evoluta in un’estate abbastanza calda e una maturazione dei grappoli che hanno saputo esprimere bene il colore varietale del sangiovese. Un’annata quindi che dopo il necessario passaggio in cantina ha prodotto vini con note abbastanza mature di frutto e materici e una trama tannica che spinge più sulla durezza”. Guardando al sangiovese gli appunti descrivono vini croccanti, con piacevoli linee acide e tannini mai virulenti. Frequenti i richiami balsamici, a tratti mediterranei, che si organizzano su corpi segnati da note di frutta rossa. Finali non particolarmente sapidi ma di buona lunghezza, in un quadro di buona tecnica e pulizia. La sensazione è quella di avere nel bicchiere vini dal chiaro istinto gastronomico, capaci di spogliarsi degli eccessi per abbracciare una dimensione quasi quotidiana, almeno nei campioni più scarni e levigati.

È proprio da questi ultimi che abbiamo pescato il nostro preferito. Si tratta del ‘Vigna Probi’ di Villa Papiano, azienda dei fratelli Bordini in quel della Valle Ibola. Ci piace l’estrema eleganza espressa nel bicchiere, dove parti dure e morbide dialogano in punta di voce, senza eccessi. Vene acide lungo tutto il sorso, frutta rossa e richiami balsamici, tannino mai invasivo e un richiamo finale alla scorza d’arancia sono, per noi, i punti cardinali di questo vino.

LA SFIDA DELLA QUALITÀ
Oltre che bravi vignaioli, i produttori di Modigliana sembrano essere anche eccellenti ragionieri. Da molto tempo hanno infatti capito che l’esigua resa a ettaro, qui mai superiore a 50 quintali a ettaro, e l’assenza dei necessari distinguo a valore propria di quel mondo cooperativistico in cui erano calati non consentivano di disegnare alcun futuro, costringendoli a ripensare un’identità enologica fino lì aggrappata alla produzione di basi spumanti, in virtù delle elevate acidità offerte dalle uve qui prodotte. Ma abbandonare la strada segnata dalla cooperazione non è mai facile, specialmente in una zona dove essa è stata l’architrave sociale prima ancora che produttiva dal dopoguerra a oggi. Di questo va dato loro merito se è vero, come è vero, che l’Italia del vino ha nelle differenze il suo punto di forza.

Per riuscirci, questo tenace gruppo di produttori ha fatto tesoro di quella via alla qualità percorsa fin dagli anni ’70 da Castelluccio, avviando un percorso enologico ed enopolitico culminato nel 2011 con la nascita della sottozona ‘Modigliana’ all’interno del disciplinare Romagna Doc. Non più dunque un semplice sangiovese romagnolo, ma un prodotto di nicchia, capace di legare il proprio vitigno identitario al rispettivo territorio di produzione, vera fucina di unicità per ogni vino di qualità che si rispetti.

Sciolto il primo nodo ne rimangono però molti altri, a partire dai livelli produttivi, esigui, e dalla necessità di ampliare il riverbero commerciale del marchio. Al netto dell’indiscutibile qualità media degli assaggi, una Denominazione o, come in questo caso, una sottozona che reclama indipendenza, ha bisogno di numeri ben maggiori perché la sua crescita ricada sul territorio. Crediamo infatti che lo stesso non sia solamente un elemento al quale attingere nella costruzione di un’identità enologica, cosa sulla quale Modigliana sta ben lavorando, ma anche uno spazio cui restituire parte del plusvalore generato, favorendo lo sviluppo socioeconomico di un’area a lungo sorretta da kiwi, bachi da seta e manufatti in legno. Sia chiaro, tanto è già stato fatto in tal senso, se si considera che le 90mila bottiglie annualmente etichettate come ‘Modigliana’ spuntano un prezzo di vendita vicino ai 10 euro, circa il 50% in più del Romagna Doc sangiovese superiore proposto dalle aziende private. Dato questo che accomuna la sottozona a quella di ‘Predappio’, simile nei prezzi ancorché forte di una produzione leggermente superiore, pari a 120mila bottiglie (su un totale di circa 400mila bottiglie prodotte dalle varie sottozone contemplate dal disciplinare). Sono queste di fatto le due aree capaci di anticipare i tempi dell’emancipazione enoica, con l’auspicio che rappresentino fonte di ispirazione per chi, in Romagna, crede nella forza del proprio territorio.
Non banale è peraltro la considerazione in merito al rapporto tra quantità prodotta e prezzo unitario, che le basilari nozioni di economia ci dicono essere legati da un rapporto inversamente proporzionale. Ciò significa che l’eventuale crescita dei numeri comporterebbe una riduzione dei prezzi, a meno di non riuscire ad allargare il mercato e dunque la domanda, poiché solo tre aziende hanno una distribuzione, e quindi un respiro, nazionale. Vendere molto in loco, specialmente quando non si è al centro di intensi flussi enoturistici, è sintomo di provincialismo più che di corretta ricomposizione della torta commerciale.

Un percorso lungo, che la ‘Stella dell’Appennino’ sta percorrendo aiutata anche dalla presenza in veste di vignaiolo di un comunicatore di lungo corso come Giorgio Melandri, e che riteniamo sia capace di percorrere a prescindere dalla scelta della locale cooperativa di uscire, dal 2023, dall’associazione. Una decisione che, forse, rivela come il solco esistente tra Modigliana e la Romagna sia ben più ampio di una striscia di bitume chiamata Via Emilia.

 

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