Wildbacher, l’antico vitigno della Stiria raccontato in un libro

di Antonio Tosi

Sergio Tazzer e Enzo Michelet hanno dedicato un libro alla storia del Wildbacher, antico vitigno austriaco importato tre secoli fa in Veneto e ora coltivato solo da tre aziende. E svelano a Vinonews24 aneddoti e curiosità.

C’è un legame secolare che unisce l’Austria al Veneto nel nome del vino, anzi di un particolare vino, il Wildbacher. Un vitigno a bacca nera originario della Stiria, dove si pensa fosse coltivato sin dall’epoca celtica, che nel XVIII secolo il conte Rambaldo XIII di Collalto decise di far impiantare nei propri possedimenti nella Marca Trevigiana.

Da qui inizia una storia singolare, che ha creato intorno a sé un bacino d’interesse e di passione che si intreccia a una cultura del territorio e all’amore per la terra di personaggi come il “poeta contadino” Nino Mura e Luigi Veronelli.

Al Wildbacher hanno dedicato un libro, scritto a quattro mani, Enzo Michelet, enologo, presidente dell’Unione ex Allievi della Scuola di Viticoltura e di Enologia di Conegliano e fondatore di uno studio di enologia per l’analisi, la sperimentazione e la consulenza tecnologica, e Sergio Tazzer, già direttore della sede Rai per il Veneto e responsabile della redazione centrale del Tgr a Roma, nonché studioso di storia contemporanea e autore di numerosi saggi sulla storia del Novecento.

Il volume, “Wildbacher. Dalla Stiria degli Asburgo a vitigno di eccellenza delle colline trevigiane” (Kellermann Editore), ci racconta come questo vitigno, dopo essere stato introdotto dal conte Rambaldo XIII, sia riapparso alle cronache a distanza di molti decennigrazie al conte Ottaviano Antonio (1842-1912). Da allora il Wildbacher si è ritagliato un’invidiabile nicchia, contenuta in termini di ettari, ma importante all’interno dell’universo enologico.

Soltanto tre sono oggi le aziende che ne mantengono la coltivazione e lo vinificano. Ne nasce un prodotto estremamente rappresentativo di un territorio caratterizzato dalla bellezza e dolcezza del paesaggio collinare e da una tradizione enologica di importanza internazionale. Un vino elegante che combina freschezza e struttura guardando al futuro senza dimenticare le proprie radici. E che come tutti, o quasi, i vitigni minori, ha storie interessanti da raccontare.

Soltanto tre sono oggi le aziende che mantengono la coltivazione del Wildbacher e lo vinificano.

una bottiglia di Wildbacher prodotto dalla Col Sandago di Susegana (Tv)

L’INTERVISTA AI DUE AUTORI
A quali fonti avete attinto per ricostruire la storia di questo vino?
Le conoscenze sul Wildbacher scaturiscono da due fonti, una tecnologica l’altra bibliografica – racconta Enzo MicheletLa prima e frutto di conoscenza professionale acquisita operando con analisi, sperimentazione e consulenza enologica, la seconda è il risultato della consultazione della ricca bibliografia dedicata al millenario casato dei Collato e alla Scuola di viticoltura e di enologia di Conegliano la prima del genere in Italia. Mi sono focalizzato sui personaggi della famiglia Collalto che in qualche modo hanno manifestato interesse all’agricoltura, specialmente nei riguardi di questa varietà. Si inizia dal leggendario Rambaldo XIII che nel XVII secolo, insofferente e focoso adolescente, contrariato dal comportamento della Serenissima che toglie al casato i previlegi imperiali e fa man bassa di querce delle loro proprietà per costruire galee, lascia il castello di San Salvatore per arruolarsi nell’esercito asburgici diventando nel tempo generale e consigliere di guerra dell’imperatore. A cinquant’anni ritorna in patria e secondo la leggenda dona ai parenti come ricordo della Stiria dove aveva vissuto delle pianticelle di Wildbacher. Probabilmente si riconosceva in quella vite, vigoroso e incontenibile, ma anche nel suo vino specialmente nel Schilcher Sturm, come lui vivace, frizzante, tempestoso, aspro e dolce. Passano i secoli e dalla leggenda arriviamo alla storia con Ottaviano Antonio I che anche grazie al fidato direttore Tommaso Dall’Armi è nel 1855 il maggior viticoltore del distretto di Conegliano. Egli introduce o reintroduce il Wildbacher per saggiarne la risposta in un ambiente diverso da quello del nord-est della Stiria e della Croazia dove era coltivato, con la speranza che potesse gareggiare e superare in produzione e bontà i vitigni già presenti nei suoi vigneti”.

Il Wildbacher è un vitigno a bacca nera originario della Stiria

le uve di Wildbacher

La bibliografia che ho steso a completamento del libro è parziale, poiché ho evitato la citazione di volumi specialistici storici – aggiunge Sergio TazzerFaccio l’esempio di ‘Z Trevisa do Brtnice’ (Da Treviso a Brtnice), saggio di studiosi cechi (Petr Ebele e Ondřej Schmidt) riguardante la storia dei Collalto, da Treviso a Pirnitz-Brtnice. Come altri saggi specialistici di ricercatori austriaci. Ho dato preferenza a bibliografia italiana, eccetto che nel caso dello studioso ottocentesco austriaco Hermann Goethe e di altri autori contemporanei dell’area germanica in materia ampelografica ed enologica. In bibliografia ho collocato testi rari come l’annata 1865-1866 de ‘Il Raccoglitore. Giornale della Società d’Incoraggiamento in Padova’, o anche l’anno IV de ‘L’Amico del Contadino di Gherardo Freschi di Cucagna’, del 1846; dell’area germanica cito il ‘Privilegierte Weincultur-Methode del giardiniere olandese Daniel Hooibrenk’, edito a Vienna nel 1862. Suggerisco, a chi volesse approfondire, ‘The last Princes of the House of Collalto e San Salvatore in Moravia’, saggio di Jan Koumar, edito a Bratislava dall’Accademia delle scienze slovacca. Senza dimenticare, per parte italiana, il consocio dell’Ateneo di Treviso Pier Angelo Passolunghi con il saggio ‘Da conti di Treviso e conti di Collalto e San Salvatore: presenza politica ed impegno religioso della più antica famiglia nobiliare del Trevigiano’. Sono alcuni dei titoli sui quali uno può farsi un’idea di chi furono gli autori dell’importazione del Wildbacher. Assicuro che se uno vuole avventurarsi nei testi citati in bibliografia avrà modo di viaggiare in una Mitteleuropa che non cessa di stupire per la sua modernità”.

Perché la produzione è rimasta confinata nel Veneto? Ci sono delle condizioni particolari che hanno determinato questa situazione?
Gli studiosi del tempo – spiega Micheletdicono che la pianta ricorda il Pinot nero ma è molto più rustica e se nel nord-est della Stiria produce un vino comune in Italia fornisce un vino discreto rosso rubino con riflessi bluastri, profumato, dolcigno e leggermente astringente, molto corposo. Nel Veneto è arrivato grazie al ramo di famiglia austriaco dei Collalto probabilmente perché ritenuto adatto a produrre vini con le caratteristiche richieste all’epoca, quando si preparavano i vini neri per Venezia che venivano chiamati Recantini anche se prodotti con altre uve come ad esempio il Raboso. L’importante era che producessero molto e fossero tanto colorati, in modo da sopportare una abbondante diluizione pure mantenendo le caratteristiche del frutto anche perché all’epoca l’acqua era spesso inquinata da microrganismi patogeni e il vino in questo caso la potabilizzava. Questi vini i mercanti li vendevano ai veneziani meno abbienti che apprezzavano il gran colore, ma erano anche usati dai produttori per migliorare vini più gentili che se poco colorati potevano essere corretti. Il Wilbacher soddisfaceva queste richieste grazie alle sue caratteristiche genetiche rustiche che lo rendevano coltivabile in ogni terreno ed esposizione sopportando i modi di allevarlo che prevedevano lunghi tralci in modo che la sua produttività risultasse elevata e regolare. La sua coltivazione impostata per produrre molto non darà altrettanta qualità e questo sarà il suo handicap in una viticoltura che si ammodernava. Quindi non tutti gli obbiettivi sperati furono raggiunti, in particolare quelli relativi alla finezza del vino che quindi risultava più adatto per essere migliorativo di vini più leggeri. È stato sperimentato anche ad Alba nella Scuola enologica dal prof. Grazzi-Soncini che quando lascia la direzione della Scuola di Conegliano nel 1891 lo porta li dall’azienda conte Collalto, ma purtroppo i risultati sono scarsi tanto che ne 1914 F. A. Sannino nelle sue osservazioni nota che è rustico e produttivo ma che fa una figura meschina rispetto ai vitigni piemontesi. Però è da rilevare che la stessa brutta figura la fanno anche due nobili bordolesi, il Cabernet sauvignon e il franc perché anche loro mal si adattano a quell’ambiente mentre, Sannino stesso lo riconosce, danno ottimi risultati in certi terreni argillosi silicei che si trovano nelle colline nei dintorni di Conegliano. Con il tempo si capisce che il Wildbacher è più adatto all’ambiente assolato della collina ma non in tutti i terreni, che nella nostra pedemontana sono sabbiosi-limosi, piuttosto solo in quelli più ricchi di argilla. Si inizia quindi a capire quale sia l’ambiente e il modo di allevarlo più adatto per fare uva di qualità. Allora la potatura diventa più severa e quindi la produzione molto più contenuta e la vinificazione tiene conto della eccessiva presenza dii vinaccioli e quindi di tannini per cui la loro separazione diventa indispensabile. Tutte queste attenzioni portano ad un miglioramento notevole alla qualità del vino senza perdere le sue caratteristiche genetiche ma solo mitigandole. La produzione è rimasta dentro i confini dei primi insediamenti proprio perché è un vitigno difficile da coltivare se si vogliono ottenere vini di pregio e come si è visto non tutte le zone sono adatte anche se adiacenti alle colline di Collalto”.

“Wildbacher. Dalla Stiria degli Asburgo a vitigno di eccellenza delle colline trevigiane” (Kellermann Editore) è scritto da Sergio Tazzer e Enzo Michelet

la copertina del libro di Tazzer e Michelet

Leggo che oggi coltivano questa vite solo tre aziende: come garantire il futuro del Wildbacher e in generale dei vini di nicchia?
I vini di nicchia a volte rimangono tali e diventano perle da cercare con curiosità, altre volte hanno un successo insperato – ricorda MicheletEsemplare è il Prosecco che trent’anni anni fa era un vino di nicchia poco interessante per quasi tutti i critici e che ora è diventato un fenomeno mondiale da centinaia di milioni di bottiglie. Lo stesso Veronelli, come leggete nel libro, un quarto di secolo fa auspicava di spiantare le viti di prosecco per lasciare posto al Wilbacher che tanto lo aveva colpito. Non vedo certamente un futuro simile a quello del Prosecco però spero nella sensibilità e nella pratica intelligenza dei viticoltori che dovrebbero capire che la biodiversità è un valore anche e specialmente su queste colline che ora sono patrimonio dell’Umanità. Da parte nostra continueremo ad accendere l’interesse sui vitigni minori perché lo riteniamo importante e perché intorno a loro ci sono sempre delle storie interessanti da raccontare”.

Avete viaggiato attraverso i luoghi del Wildbacher?
Sì, ho viaggiato, sia per motivi professionali (ho fondato il settimanale radiofonico mitteleuropeo Est Ovest, ancor oggi in onda su Radio Uno Rai) in Austria, e in Stiria fui accompagnato dal compianto collega Günther Ziesel, che divenne direttore della sede stiriana dell’ORF, la radiotelevisione pubblica austriaca – racconta TazzerCon Ziesel andai proprio nel castello dei Conti di Merano, a Stainz, dove il fratello dell’imperatore Francesco I, l’arciduca Giovanni, trovò spazio e tranquillità dopo il suo matrimonio morganatico, che gli costò l’allontanamento dalla corte imperiale. In Stiria l’arciduca Giovanni è tuttora amato, per il suo tratto umano e per il suo impegno nel mondo delle arti, delle scienze, della tecnica, senza dimenticare il suo profondo attaccamento alla natura. In seguito tornai più volte in Stiria, visitai il Castello di Wildbach, sul torrente omonimo, dove visse per qualche tempo il compositore Franz Schubert. Lì assicurano che scrisse uno dei suoi Lieder più belli, die Forelle (la trota), ma ad Hinterbrühl, in Bassa Austria, contestano gli stiriani e giurano che il Lied fu scritto da Schubert proprio nel loro villaggio. Che dire ancora? Praga, con le memorie della battaglia della Montagna Bianca, oppure la Moravia dei Collalto, famiglia che diede il nome al palazzo che si trova am Hof, nel centro più centro di Vienna, dove si esibì per la prima volta il piccolo Mozart. Nella mia abbastanza lunga vita ho viaggiato in lungo e in largo la Mitteleuropa, e quando scrivo di storia o anche di temi più leggeri, è ancora un vagabondaggio della mente”.

Ci sono in cantiere altri progetti editoriali dedicati a vitigni “rari”?
C’è in uscita un bel libro sul Chianti, firmato da Zeffiro Ciuffoletti e da Paolo Storchi – annuncia TazzerUn altro sul Borgogna, di Francesco Piccat; uno, di Vicente Sotés, sulla Ribeira Sacra, vino spagnolo. E poi il mio, per il prossimo marzo, sui vini dei monaci, dalla storia del monachesimo alle abbazie, conventi, monasteri che ancora producono vino in Europa, con la curiosità che le ultime arrivate sono suore del convento olandese di Oosterhout”.

Gli autori hanno viaggiato a lungo nei luoghi del Wildbacher

da sinistra, Sergio Tazzer e Enzo Michelet