Caso Report, la “chimica” dell’informazione che diventa pregiudizio

di Giambattista Marchetto

La trasmissione Report ha messo in evidenza pratiche enologiche invasive sotto il titolo “Piccoli chimici”, creando però confusione e senza contraddittorio. Senza contare la sovrapposizione con azioni illegali o criminali che denigra un comparto rilevante del made in Italy.

Arricchimenti con mosto concentrato rettificato, chips di rovere e tannini in polvere, ma anche bentonite per abbassare l’acidità (ma non era un chiarificante?) che viene usata anche nell’industria petrolifera (ma mica si dice che si trova pure in erboristeria). Per non parlare del trasferimento illecito di mosti o vini dal sud al nord. Insomma, guardando il servizio su Report che tanto sta facendo discutere in queste ore sembra che il mondo del vino sia un covo di malfattori pronti a somministrare miscele velenose piene di chimica artefatta.

Scorrendo le immagini della trasmissione Rai non si può non concordare con il commento del presidente di Unione Italiana Vini Lamberto Frescobaldi che, pur avendo avuto il fegato (e l’intelligenza) di farsi intervistare dal giornalista che firma il reportage, si trova a definire il servizio “un’occasione di servizio pubblico mancata per la testata della Rai”.

Sì, perché se il giornalista e la redazione avessero studiato un poco il settore, avessero ascoltato qualche voce tecnica, avessero chiesto lumi a chi lavora in questo mondo invece che farsi guidare da un sedicente “esperto di vino” non meglio qualificato e capace di separare buoni e cattivi come il grano dalla crusca… forse avrebbero fatto meno clamore, ma più informazione. Mica per il contraddittorio – quello previsto dalla deontologia, jamais… – ma giusto per coprire le falle che l’ignoranza in buona fede fa scivolare in figuracce, l’ignoranza in mala fede fa diventare informazione viziata.

il giornalista di Report con Francesco Grossi “esperto di vino”

il giornalista di Report con Francesco Grossi “esperto di vino”

Se da una parte Report ha giustamente rilevato, come fatto in precedenza da UIV, alcune attività non consentite dalla legge come il commercio di uva da tavola per fare il vino – precisa Frescobaldi – dall’altra ha pedissequamente confuso pratiche perfettamente legali con altre illegali, additivi chimici con prodotti dell’uva consentiti. Report ha fatto di un’erba un fascio lasciando intendere che il settore sia pervaso dal marcio; anziché evidenziare e circostanziare le zone d’ombra si è scelta la strada del qualunquismo, e questo fa male sia ai consumatori che a un asset in grado di rendere 7,5 miliardi di euro all’anno di bilancia commerciale con l’estero e dare lavoro a quasi un milione di persone”.

Al di là della (ovvia e attesa) difesa d’ufficio del presidente UIV, che mantiene l’aplomb nonostante il taglia-e-cuci dell’intervista renda parziali le sue risposte, è proprio il metodo che risulta piuttosto qualunquista. Perché evidentemente la redazione di Report non frequenta ogni giorno il mondo del vino e si è fatta prendere la mano dalla voglia di sensazionalismo, senza considerare l’evoluzione del settore e la realtà di migliaia di produttori che lavorano entro i limiti della legge cercando di fare il miglior vino che possono. E soprattutto fingendo di dimenticare che il vino non è il prodotto “naturale” dell’uva, la mano dell’uomo ci vuole sempre.

Da detrattori dell’interventismo eccessivo di alcune pratiche enologiche, che aggiungono profumi o sapori o trasparenze poco interessanti, ci permettiamo però di recriminare su questa critica ai professionisti ad alta approssimazione. Se poi una scelta ammessa (quindi possibile) viene dipinta come probabile (quindi diffusa) – come sembrerebbe per l’arricchimento del Brunello di Montalcino annata – allora si generalizza in maniera sbracata.

Se ancora si mescolano pratiche lecite – magari industriali, ma totalmente corrette e ammissibili – con veri e propri crimini, allora si vuole rimestar nel torbido senza un minimo di obiettività. Altrimenti, con lo stesso metro, possiamo andare in Sicilia e dar dei mafiosi a tutti o raggiunger la Lombardia e dare degli evasori a tutti… banalità che il buon giornalismo dovrebbe evitare.

Fatta l’autocritica di categoria, va detto che il mondo del vino non è esente da colpe. In primis perché lo storytelling è spesso poco plausibile e caricato di romanticherie che all’apparire del vero cadono miseramente. Con riferimento a scorrettezze quando non a pratiche illegali, ogni settore ha i suoi squali e i suoi criminali, forse qualche denuncia in più aiuterebbe.

Infine, basta regole transitorie: si mettano gli ingredienti in etichetta e così la trasparenza ne guadagna, con buona pace di chi utilizza additivi (leciti). Tanto – come avviene per tutti i prodotti alimentari industriali o artigianali – chi guarda davvero l’etichetta è una minima parte dei consumatori, ma almeno il vino potrà opporre la chiarezza ai dubbi maliziosamente introdotti da inchieste e detrattori.

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UPDATE > Unione Italiana Vini ha pubblicato su Youtube la versione integrale delle interviste rilasciate a Report dal presidente Frescobaldi. Le pubblichiamo di seguito perché aiutano a comprendere la “chimica” dell’informazione…