Da Milano a La Morra, Ghëddo e lo spirito d’intraprendenza

di Raffaele Fante

Milanesi, Mattia Benedetti e Giovanni Pippia hanno superato con il loro “ghëddo” – ovvero lo slancio e l’inventiva – la diffidenza dei piemontesi di La Morra e oggi fanno un vino che è divertimento.

Avete soldi? No. Avete terra? No. Allora ci vuole del ghëddo”. Giovani e soprattutto milanesi, Mattia Benedetti e Giovanni Pippia non hanno capito subito quale fosse il consiglio arrivato dai vecchi langaroli quando parlavano dell’intenzione di aprire una loro cantina. Dalla rubrica delle parole esclusive piemontesi della Gazzetta di Alba, il ghëddo è ‘lo slancio, lo stile personale, il tono spiritoso, il timbro di autenticità che una persona o un gruppo di persone possono dare ad una certa azione, sia essa artistica, professionale, sociale, quotidiana’.

È una parola che ci è piaciuta proprio”, ricorda Giovanni. Ed ecco che la cantina aveva trovato il suo nome.

Mattia Benedetti e Giovanni Pippia

Mattia Benedetti e Giovanni Pippia

È questa infatti la storia di due trentenni che non sono figli di, non vengono manco dal Piemonte e non hanno il conto in banca di Kyle Krause, ma hanno intraprendenza, voglia di fare, spirito di iniziativa, e quindi ghëddo a sufficienza per arrivare in uno dei paesi simbolo del nebbiolo, e cioè La Morra, e trovare un loro posto in quel fazzoletto di terra dove si produce uno dei vini più buoni del mondo.

PIEMONTE E AMICIZIA
Amici da sempre, Mattia e Giovanni percorrono in realtà strade diverse prima di arrivare a lavorare insieme. Il primo va a Bologna a studiare, poi a Londra e poi torna a Bologna a lavorare nel settore immobiliare. il secondo invece, dopo la laurea in agraria, gira le vigne del mondo, dalla Francia al Cile all’Australia, prima di arrivare a La Morra, alla Tenuta l’Illuminata di Guido Folonari. È lui uno dei primi amici a dare una mano cedendo delle uve, ma non è l’unico perché Ghëddo senza l’aiuto di vari amici non sarebbe mai nata.

I piemontesi sono gente dal profilo basso – spiega Giovanni – e sono spaventati dai pirati che vengono qui a fare man bassa. Il lavoro è per loro un valore assoluto e, quando vedono che sei nello stesso mood, guadagni il loro rispetto. Piano piano ci siamo conquistati la loro fiducia e, grazie ad amici di qua e al loro passaparola, sono arrivati dei pezzettini di terreno”.

Non è gente particolarmente aperta – aggiunge Mattia – sono gelosi del loro territorio dove vedono arrivare tanti russi e americani a investire, ma abbiamo trovato tante persone che ci hanno dato una grossa mano. Se ci entri in confidenza e ci leghi, i piemontesi si fanno in quattro per te. Si fanno in quattro per loro stessi e, se trovano un amico, si fanno in quattro anche per lui”.

È il 2014. Mattia ha 30 anni e Giovanni 29, sono riusciti a comprare un piccolo fazzoletto di terra incolto a Brandini, sul versante considerato minore di La Morra, cioè quello occidentale, e sempre in quella zona ne prendono un altro pezzo a Berri. Inoltre, hanno un po’ di uva da vari amici e il progetto Ghëddo può partire “vinificando da tizio, imbottigliando da caio e stoccando da sempronio in uno stile gipsy che ci piaceva”, ricorda Giovanni.

IL CIABOT DELLA MAESTRA
Bello lo stile gipsy, però quando arrivi a coltivare 3 ettari avere un posto unico dove lavorare l’uva è pressoché indispensabile. Ed ecco in soccorso un altro amico, Francesco Clerico, con la sua cantina a Monforte, e poi c’è quel rudere abbandonato sulla strada due curve prima di arrivare a La Morra che ai due ragazzi milanesi piace proprio. È un ciabot del ‘700, cioè la tipica costruzione dove i contadini piemontesi si fermavano a mangiare e riposare durante e dopo il lavoro nei campi con un pozzo dove raccogliere l’acqua per i periodi di siccità. È di proprietà di Gabriella, una maestra in pensione di La Morra che, da buona piemontese, diffida degli “stranieri” anche se il suo ciabot sta cadendo a pezzi.

ciabot_gheddo

il ciabot di Ghëddo

È una bella storia di scambio generazionale – racconta Giovanni – Ce ne siamo innamorati e volevamo un posto che fosse nostro, ma non ce lo voleva dare. Ci ha impiegato un anno per convincersi poi ha chiamato Folonari, mi ha trovato lì e mi ha detto che ce lo avrebbe affittato se l’avessimo ristrutturato”. Da lì, è iniziato “abbastanza un incubo” come spiega Mattia, perché burocrazia e ancora diffidenza piemontese rendono decisamente complicata un’operazione che tale non sembrava. “Avevano paura facessimo chissà cosa – spiega – un wine bar a bordo strada o cose così, ma noi volevamo solo ristrutturarlo mantenendo il più possibile anche gli arredi di legno originari. Alla fine abbiamo dovuto coinvolgere uno studio di architetti di La Morra per avere tutti i permessi”.

VIGNA E DIVERTIMENTO
Dall’anno scorso il ciabot è aperto per le degustazioni, ma non solo di questo si tratta. Perché attorno alla piccola struttura di due piani ci sono le vigne di Rocchettevino. Il centro di Ghëddo è in una vigna perché la vigna è al centro della filosofia di Ghëddo. È lì che nasce il vino ed è lì che si applicano principi di viticoltura biologica in quasi tutto, rispettando la terra e lavorandola il meno possibile, con i vantaggi e anche con i rischi che questo comporta. Perché peronospera e cambiamento climatico non si possono ignorare e Giovanni li affronta differenziando i trattamenti e utilizzando i funghi, che sono una delle sue passioni, in tutte le vigne di Ghëddo.

Vigne che danno 20mila bottiglie divise in 5 vini particolari e riconoscibili, dal dolcetto di Roddino (‘che è una questione di fedeltà e un ringraziamento alla Langa”), alla barbera di Monforte fino al nebbiolo di La Morra: “Le dispute tra guelfi e ghibellini le lascio ad altri – spiega Giovanni – utilizziamo sia botti grandi che piccole, perché un anno in barrique dà grande eleganza e sono un sostenitore del ruolo della microssigenazione”. E, oltre ai rossi, Ghëddo produce un bianco sorprendente, un blend di Nascetta, Arneis e Timorasso che è “una nostra invenzione che facciamo solo noi”.

Il tutto divertendosi sempre. ”È uno dei nostri principi base – spiega Mattia – nonostante le beghe della burocrazia e le fatiche del lavoro manuale, teniamo sempre a mente l’aspetto ludico che ci porta a stappare una bottiglia con gli amici dopo una giornata massacrante di vendemmia e ad affrontare anche certe dinamiche commerciali andando nelle rassegne e nelle fiere dove sappiamo che ci divertiremo”. Anche nella distribuzione l’idea è di mantenere l’equilibrio 50% all’estero e 50% in Italia, il che vuol dire “poter privilegiare i nostri clienti consolidati in Italia, con l’obiettivo di farsi conoscere ed essere presenti entro un paio di anni in tutte le regioni”. E con la speranza, chiude Giovanni, “di non arrivare mai dove volevo: perdere la curiosità e la voglia di crescere sarebbe un dramma”. Con la speranza, quindi, di avere sempre del ghëddo.

NOTE DI DEGUSTAZIONE
Vino bianco Tinaar 2021
Il nome è l’acronimo dei vitigni Timorasso, Nascetta e Arneis, presenti ognuno per un terzo del volume. Ne esce un bianco che bilancia bene la mineralità della Nascetta e il frutto al naso dell’Arneis, sostenuti dalla struttura del Timorasso, che promette di invecchiare in modo complesso, giovando con le uscite asimmetriche dei vitigni. Sarà interessante sentire i terziari precoci dell’Arneis sorretti dalla longevità del Timorasso. Da riprovare tra dieci anni.

Tinaar_Gheddo

Barbera d’Alba superiore 2021
Vino che gioca principalmente sull’eleganza. L’affinamento viene svolto in botte grande e segue una fermentazione con un contatto non prolungato con le bucce. L’idea è quella di una Barbera che ricordi più le note tipiche di Asti che non quelle di Alba e il risultato è quello di un vino dall’acidità piacevole e controllata.

Barbera_Superiore_gheddo

Langhe Nebbiolo 2021
Langhe Nebbiolo che cerca la bevibilità, affiancata a una certa complessità, come segnala l’affinamento di dieci mesi in botte grande. L’estrazione dei tannini è equilibrata e dominano i sentori di frutta rossa e rosa. È senza dubbio un vino dalla beva pronta e di una certa immediatezza, caratterizzato però da una trama tannica presente che dona carattere.

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Barolo 2018
Esce senza la menzione del comune, sebbene le uve provengano interamente dal comune di La Morra. E rispetta in modo abbastanza fedele le tipicità dei Barolo di questa zona, caratterizzati da una beva che invoglia il sorso e da sentori di rosa passita al naso. L’annata è di livello decisamente alto, con una bella concentrazione che regala vini capaci di equilibrare potenza e complessità aromatica.
(Abbiamo assaggiato in anteprima anche il 2020, lo stile è coerente con la filosofia Ghëddo, con una trama tannica ancora da integrarsi, ma si intravede già il profilo della grande annata).

 

barolo_gheddo

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