Asti Docg, 90 milioni di bottiglie nel 2023. +5% export spumante

di redazione

L’Asti Docg archivia un 2023 complesso: oltre 90 milioni di bottiglie prodotte (-11,8% sul 2022), con Asti Spumante che sfiora i 61 milioni di pezzi e cresce del +5% nell’export. In progetto il rosè.

Asti Docg archivia un 2023 complicato per i vini italiani e in chiaroscuro anche per la denominazione piemontese, superando quota 90 milioni di bottiglie prodotte (-11,8% sul 2022), con l’imbottigliato di Asti Spumante che sfiora il tetto di 61 milioni di pezzi mentre il Moscato d’Asti si ferma appena sotto i 30 milioni (29,3).

La denominazione, pur registrando un calo volumico rispetto allo scorso anno, si conferma comunque in equilibrio con valori in linea con la media produttiva degli ultimi dieci anni (2014-2023).

In crescita l’Asti Spumante di quasi il 6% rispetto alla media dell’ultimo decennio (57,5 milioni di bottiglie) mentre sconta un calo in parte fisiologico il Moscato d’Asti (-12,6%) che paga un eccesso di stock dopo l’exploit del triennio 2020-2022.

Asti Spumante supera invece la soglia dei 138 milioni di euro di export di nei primi dieci mesi del 2023, in crescita del 5,2% rispetto al pari periodo 2022.

La principale area di sbocco – secondo le elaborazioni del Consorzio Asti Docg su base Istat – si conferma l’Europa Orientale che rappresenta, a valore, oltre il 40% del totale delle esportazioni (con Russia e Lettonia che da sole occupano oltre un quarto del mercato complessivo) seguita dall’Europa Occidentale che incide per il 30% e Nord America appena sotto il 15%.

A chiudere il risiko dell’export, l’Asia e l’Australia con un’incidenza di poco superiore al 5% e il Sud America con il 3,3%.

Per quanto concerne i dati vendemmiali – elaborati dal Consorzio su base SIAN –, come per molte aree del paese l’influsso negativo del meteo si è fatto sentire.

Sono oltre 838mila i quintali di uve Moscato bianco raccolti nel 2023, per un potenziale produttivo di 83 milioni di bottiglie.

A questi si aggiungono i quasi 8mila quintali destinati alla produzione del Canelli Docg – lo scorso anno alla sua prima raccolta – per un corrispettivo potenziale di 785mila bottiglie da 0,75l.

Se dal punto di vista qualitativo le uve si attestano in ottimo stato fitosanitario, sul fronte quantitativo si registra un calo del 10,8% rispetto al 2022.

In crescita l’Asti Spumante di quasi il 6% rispetto alla media dell’ultimo decennio (57,5 milioni di bottiglie) mentre sconta invece un calo in parte fisiologico il Moscato d’Asti (-12,6%) che paga un eccesso di stock dopo l’exploit del triennio 2020-2022

le variazioni dell’imbottigliato nell’ultimo decennio

IL 2024 si è aperto però con una novità annunciata dal Consorzio, l’avvio delle prove tecniche e legislative per la produzione di un rosè Asti Spumante. “Il progetto è in itinere – spiega il presidente del Consorzio Asti Docg Lorenzo Barberoperché deve affrontare un duplice step fondamentale: il primo è di ordine burocratico, con l’approvazione del Comitato vini; il secondo riguarda l’aspetto tecnico-produttivo per cui abbiamo già avviato una sperimentazione. Si tratterebbe di un prodotto che unisce due vitigni entrambi aromatici – un unicum nel suo genere in Italia – grazie al Moscato bianco e al rosso del Brachetto”.

PRE E POST COVID, COME CAMBIA L’EXPORT
Dal pre-Covid (2019) a oggi le esportazioni a valore dell’Asti Spumante nel mondo sono aumentate di oltre il 33% spostandosi sempre più ad Est e nel Vecchio Continente con l’Europa Orientale che nei primi dieci mesi 2023 cresce del 63%, quasi il doppio rispetto alla crescita complessiva sul pari periodo 2019.

Tra gli incrementi principali, quelli di Russia e Lettonia (quest’ultimo hub verso Mosca), +43%, e Polonia, +100%.

Luce verde anche per l’Europa Occidentale che registra un aumento del 32% grazie soprattutto alle performance rilevanti di Regno Unito (+76%), Belgio (+142%) e Austria (+97%).

Exploit del Sud America che segnala una crescita di circa il 44% dove sovraperformano Messico (+54,5%) e Perù (+93%); resta in terreno positivo anche il Nord America (+1,5%) nonostante il calo fatto registrare dagli Stati Uniti (-8%), uno dei mercati consolidati per la denominazione.

In contrazione invece l’area asiatica e australiana che cedono più del 14%, con la significativa decrescita di una delle piazze di riferimento come quella giapponese (-16%).

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