Amarone Opera Prima 2024, dalla frenata mondiale dei rossi un segnale di svolta

di redazione

Dall’evento Amarone Opera Prima 2024 promosso dal Consorzio vini della Valpolicella viene una riflessione sulla prospettiva del grande rosso veneto. Osservatorio UIV: nel 2023 l’Amarone vede una battuta d’arresto nei volumi export (-12%).

La discesa dei vini rossi, solo congelata dal rimbalzo post Covid ma resa verticale da un 2023 negativo, è già in atto da tempo. Complice un mix di fattori climatici, generazionali ed etnici, i palati di tutto il mondo stanno progressivamente spostando le proprie preferenze verso tipologie di alcolici diverse dal vino e in particolare dai rossi fermi, mentre le bolle continuano a incontrare i gusti dei più giovani. È l’istantanea dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini presentata all’apertura dei lavori di Amarone Opera Prima, l’appuntamento annuale dedicato al grande rosso veneto organizzato dal Consorzio vini della Valpolicella.

Il focus su “Clima, produzione e mercati: la Valpolicella alla prova del cambiamento”, in occasione del quale il Consorzio ha voluto interrogarsi sul futuro di una denominazione, ha messo in evidenza i nodi critici per questo importante territorio del vino. “Come Consorzio – sottolinea il presidente Christian Marchesinicrediamo che il modo migliore per continuare a crescere sia quello di analizzare con serietà e puntualità le sfide che i cambiamenti climatici, le nuove dinamiche di consumo e gli sviluppi sui mercati pongono alla denominazione. Dobbiamo, vogliamo e possiamo fare un Amarone sempre più competitivo, più contemporaneo”.

Christian Marchesini e Andrea Lonardi MW, presidente e vicepresidente del Consorzio vini Valpolicella

Christian Marchesini e Andrea Lonardi MW, presidente e vicepresidente del Consorzio vini Valpolicella

OLTRE L’AMARONE “CLASSICO”
Per il vicepresidente del Consorzio Andrea Lonardi (MW) “l’Amarone è stato in passato un vino che ha soddisfatto una domanda di mercato. I produttori della Valpolicella sono stati tra i più bravi, soprattutto in alcuni mercati, a capire che c’era la necessità di un vino morbido, caldo e piacevole. Questo ha consentito un grande successo volumetrico. Per farlo si è però ecceduto con l’appassimento e con la necessità di rincorrere uno stile che questo segmento del mercato richiedeva. Oggi quel segmento non cresce più e regala molte più ombre che sicurezze per il futuro. Dobbiamo quindi cambiare ed evolverci reindirizzando i nostri vini verso un cambiamento sia in termini di geografie di mercato, che di profilazione del consumatore. Per farlo occorre anche ma non solo un cambio stilistico. I vini commercialmente solidi sono infatti i fine wines, quelli che hanno un profondo legame con il territorio di origine, vini che hanno valori e un wording comunicativo specifico tali da renderli identitari. Occorre pensare a un Amarone che rimetta in equilibrio i suoi fattori produttivi: il metodo (la messa a riposo), il territorio (suolo, vitigni, clima), le persone (produttori, imprese) e la comunicazione. La sfida è chiaramente complessa, dal volume al valore, e richiede dei cambi: culturali, produttivi, legislativi e comunicativi”.

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L’export italiano di vini rossi in flessione (fonte Osservatorio UIV)

EXPORT IN FRENATA
Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio UIV, nel 2023 l’Amarone ha subìto una battuta d’arresto nei volumi esportati (-12%), a circa 75 mila ettolitri, dato comunque in linea (+1%) con il 2019 e sensibilmente in crescita negli ultimi 10 anni (+17%).

Il calo tendenziale dell’export nell’ultimo anno è dovuto da una parte a riduzioni reali dei consumi (in particolare Scandinavia e Canada, in parte Germania, che ha comunque registrato un forte aumento delle vendite nel canale retail), mentre negli Stati Uniti, al trend generale dei vini rossi, si è affiancato l’effetto congiunturale del destocking di prodotto accumulato alla fase distributiva, che ha coinvolto tutto il vino italiano e non solo, rallentando in maniera significativa le richieste di vino dall’estero. Stabili, infine, le vendite sul canale retail italiano.

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Evoluzione in flessione dell’export di vini rossi verso gli USA (fonte Osservatorio UIV)

Un quadro che mostra cali importanti per i principali vitigni dei cinque continenti e i principali competitor, con l’export dei rossi francesi nell’ultimo biennio che si è contratto del 15% e quello spagnolo di oltre il 20%. Lo scorso anno i consumi globali della tipologia hanno fatto segnare un -7% rispetto al 2021, con forti ridimensionamenti negli ultimi 12 mesi nei principali mercati di sbocco, a partire da Usa (-9%), Canada (17%) fino ai Paesi Scandinavi, alla Cina e alla stessa Italia (-5%).

Per la prima volta dopo decenni di boom, il mercato del vino registra una sorta di restrizione del recinto in cui opera – evidenzia il responsabile dell’Osservatorio UIV Carlo Flaminima ci sono le eccezioni importanti nei segmenti premium della nostra offerta. Negli Usa, per esempio, a fronte di vendite generali di vino rosso italiano a -9% nel canale più profittevole, quello dell’on-premise (ristorazione, locali, hotel), l’unica fascia di prezzo che è riuscita a strappare aumenti è quella all’ingrosso sopra i 25 dollari a bottiglia (+2%). Da qui devono ripartire i prodotti italiani, dimenticando il concetto di rosso da mass market e coltivando forti valori di identità e coerenza territoriale e stilistica”.

 

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